Del sottovuoto (“Quattro etti d’amore, grazie”)

sottovuoto

Finalmente, sono riuscita a fare la foto che allego a questo post. Riguardandola, mi accorgo che ho messo un libro che parla di sottovuoto in mezzo al sottosale e al sottolio… trova le differenze.

“Qualcosa da ricercare sempre, uno stato di non definitivo, un senso di irrequietezza e di manque da colmare attraverso altro: il rimosso, il latente, il possibile altrimenti. Attraverso ciò che sta sullo sfondo del mondo, tutto ciò che poteva o che potrebbe essere.”

Quando penso a “Quattro etti d’amore, grazie” mi viene in mente questo brano, tratto da “Stati di connessione di Giovanni Boccia Artieri.

Colonna sonora: “Tutto l’amore che ho” di Jovanotti ma anche “(I can’t get no) Satisfaction” dei Rolling Stones.

E come una pietra rotola (rùmbula, direbbe qualcuno, ma è un’altra storia, forse) una delle protagoniste nel momento (più) critico del romanzo.

O, forse, nella scena critica. Perchè di teatro (pensato, scritto, recitato) ce n’è molto, in questo libro.

Se in “Le luci nelle case degli altri” era sottolineata la dimensione analogica del vivere, qui è tutto un procedere per opposizioni. In qualche modo, digitali.

La voglia di performare “bene” (ma come?) in opposizione alla routine; la “vita come hobby” vs il calcolo delle cose da fare; la “fiducia nelle cose di questo mondo” vs la spinta centrifuga verso un altrove.

Centrifuga (che rùmbula). Paradossalmente (o forse no), un testo costruito sul “sottovuoto“, ovvero l’assenza di movimento, la sospensione che è insieme promessa, premessa e immobilità (il “sangue-colla“), vive di quella tensione febbrile spesso etichettata come “falso movimento” (perchè fuori dalle logiche strumentali?).

Che grande invenzione, il tasto pausa.” Dopo lo strappo nel cielo di carta, Oreste diventa Amleto.

E se il cielo di carta si strappa, si apre un vuoto. Vuoto ermeneutico, vuoto come possibilità da riempire, vuoto come occasione di identità. “Una goccia d’acqua nella testa”, direbbe qualcuno.

A che gli serve se non gli basta?“. Il consumo come dépense, ancora, dimensione esistenziale.

Se il cielo di carta si strappa, se il possibile diventa più ricco del reale, l’estasi, l’uscita da sè, diventa La possibilità.

Lo strappo del cielo di carta apre le porte all’ex-sistere.

“Tuttavia, il limite tra l’eterogenesi e l’alienazione, tra l’attualizzazione e la reificazione commerciale, tra la virtualizzazione e l’amputazione non è mai tracciato in modo definitivo; essendo labile, deve continuamente essere stimato, rivalutato, sia individualmente nella conduzione della propria esistenza, sia dalle società sotto un profilo giuridico.” (“Il virtuale” di Pierre Lévy).

Quanto pesa quello che siamo? E quello che non abbiamo?

Si rischia di perdersi, nel gioco tra significanti e significati. “Ce l’ha l’anima? E’ viva? Sente?

Può diventare quell’ermeneutica del sospetto per cui l’ironia auspicata da Eco (“come direbbe Liala: ti amo disperatamente”) diventa sarcasmo, paura (il “bamore” come presa di distanza da sé e quindi dall’altro).

Oltre all’ex-sistere, il dasein. Radici, corpo.

E quindi, timidamente, la necessità di un’ermeneutica del recupero che abbandoni il presupposto dell’individualismo radicale per cercare quello che dà origine al “noi” (ancora Boccia Artieri).

Qui no, qui si rùmbula.

Per non dimenticare, che decidere è scommettere.

E che un colpo di dadi non abolirà mai il caso.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...