Sociodiversità: periferie & frontiere

crocevia

Leggo adesso questo post di Dino Pedreschi su Nova: “Ha senso, molto senso, parlare anche di socio-diversità”.

Mi viene in mente, subito, Arendt, che nel 1953 rifletteva sulla società di massa: “E’ decisivo il fatto che la società, a tutti i suoi livelli, escluda la possibilità dell’azione, come prima la escludeva la sfera domestica. Piuttosto, la società si aspetta da ciascuno dei suoi membri un certo genere di comportamento, imponendo immumerevoli e svariate regole, che tendono tutte a “normalizzarli”, a determinare la loro condotta, a escludere l’azione spontanea o imprese eccezionali”.

Ho passato parecchi mesi cercando di dimostrare che la contrapposizione moderna società/comunità vada inserita in un’ottica complessa, ovvero in un rapporto complementare e antagonista (non è che la società abbia inglobato la comunità o viceversa, piuttosto la società si configura con un’unitas multiplex emergente da diverse comunità che collaborano/competono tra loro e con la società stessa).

Ovvero: il “comportamento” (con la relativa nozione di devianza) è una formula strettamente moderna nella misura in cui

a) è legata all’ideologia ottocentesca del progresso (e delle magnifiche sorti e progressive, e della retta via)

b) non riesce ad evidenziare la fuzziness delle relazioni sociali.

Incrocio l’interessante articolo di Pedreschi con questo post sulle città creative di Sara Lorusso:

“La città, miscuglio ad alta densità di storie ed esperienze, permette che la contaminazione avvenga in maniera un po’ casuale, spesso imprevedibile”

Cui è seguito il commento di Sergio Maistrello:

“E’vero che in una metropoli sei molto più esposto alle diversità, ma è anche vero che in una metropoli c’è massa critica sufficiente per creare innumerevoli microcomunità di persone omogenee per interessi, specializzazioni e sensibilità. Non necessariamente chiuse, ma magari un po’ filterbubbled, come dire. Nelle città piccole molto meno. Nelle città piccole, dove certo la cultura della diversità è meno valorizzata, hai molte meno opportunità di rifugio tra i tuoi simili e sei più che mai costretto a negoziare legami di comunità con persone diverse da te.”

Ovvero: le comunità di una metropoli tendono ad essere cluster densi, e quindi essere più soggetti alla sindrome dell’ombelico. Nelle piccole città, invece, volere o volare devi rinegoziare (ti), quindi ri-definire (ti).

Arendt continuava: “la sgradevole verità del comportamentismo e la validità delle sue leggi consistono nel fatto che quanto più sono le persone, tanto più probabile sarà l’adeguamento al comportamento di tutti, e meno probabile la tolleranza del non conformismo. Statisticamente, questo processo è raffigurato nel livellamento delle eccezioni”.

Eccezioni che non diventano cigni neri  a meno di un cambio di paradigma…

La difficoltà, nelle città piccole, altrimenti dette periferie, sta nell’esposizione individuale in uno spazio pubblico, un’esposizione che però con l’utilizzo dei social media sta diventando crescente…

Da cui lo sfasamento, che da queste parti si è evidenziato più volte, tra percezione dell’identità e rappresentazione.

Ne scrive oggi anche Giuseppe Granieri.

E a me piace pensare che la periferia diventi ancora una volta zona di frontiera.

PS: ho lasciato volutamente fuori tutto il dibattito sul ruolo del giornalista, ma ne riparleremo presto

PS2: su questi temi, non vedo l’ora di leggere “La sfida della mente multiculturale“, consigliatomi nell’ennesimo pendolarismo sullo Stretto…

 

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