Senza filtro…quasi (di #twsposi/Vinci)

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Appena finito di caricare la playlist su #Twsposi/Vinci. Avevo pensato, prima, di dare voce solo ai ragazzi. Ma il resto? E soprattutto: sul mio canale youtube (e dove, altrimenti?), avrei dovuto inserirla, la parte in cui parlavo io?

Alla fine, è venuto fuori un montaggio minimo, senza filtro (quasi), con collegamento ipertestuale dal video-cronaca agli approfondimenti. Ognuno scelga ciò che preferisce. Per cercare di rendere l’idea di cosa sia stato. L’evento, sì, ma non solo.

Cosa (mi) rimarrà di #Twsposi/Vinci?

L’ istinto entusiasta della preside. Gli sguardi spauriti dei ragazzi, alla presentazione del progetto. “Ma questa che vuole?” Se fosse stato un manga, sarebbe partita di default la goccia sulla testa. Le perplessità degli insegnanti. E poi gli incontri. La trovata dell’Addio ai Monti “made in Stretto” diventata virale, con TwLucia che scrive una delle pagine più belle dell’iperletteratura. I ragazzi che ci prendono gusto, e non pensano più tanto al quanto, ma al come. La 2P che si mette a seguire chiunque e va di ritwittaggio selvaggio (eh no, moderazione!). In 2C, gli occhi che si illuminano quando sì, può starci anche Fedez in un tweet. Il dialogo con un ragazzo di 2N, oppositivo e scettico per forza e per posa. Francesca che, dopo #unuomosivedeperduto (altra invenzione mattutina) mi dice raggiante: “spaccammu”. L’emozione durante l’openday, e i corridoi che non finivano mai. I ragazzi (e le ragazze) di 2F che vogliono parlare, spiegare, sapere, discutere, che si potrebbe fare meglio, e infatti senza ansia, senza fretta, “siate voi stessi”. Le chat con Twitteratura. L’incontro con Ossi di Seppia (Paola e Marisa) e la diretta radiofonica. Le telefonate per i tweetbook “avremmo pensato di farne uno sugli occhi…che dici?” “E che vi può dire una fissata con lo sguardo?” E poi la 2R, alle 14 pronta a twittare riscrivendo i propri temi, senza la più pallida idea di come fare, ma fidandosi (e insieme mantenendo la perplessità adolescenziale) della prof.ssa. Le professoresse: ognuna ha fatto un percorso meta, si è messa alla prova. Le mail infinite su argomenti e raccolte di tweet. Torino. Incontrarsi tutti insieme. “Ma che vuol dire metaromanzo?” “E’ un po’ quello che stiamo facendo.” La chiacchierata casuale con i ragazzi sulla scalinata, che si finisce sempre a parlare di partenze e ritorni, e quell’iononloso folgorante (ma forse una conferma, un sogno non basta). Quindi il contest, perchè “no, un po’ ci vergogniamo a dirlo ai nostri coetanei che facciamo questa cosa su Manzoni” e poi eccoli lì a votare e fare votare il lavoro che avevano fatto. Quindi l’evento, per capire, ancora, come è stato vissuto questo esperimento/avventura, come l’hanno vissuto loro.

Sapevo che le prof. li avrebbero preparati. E quindi li ho incalzati, pressati, volevo mi rispondessero a parole loro, ma accidenti, erano loro quelle parole. Chiara mi dice che si sono abituati a parlare in pubblico. Lo vedo. Vedo che si sono sciolti, non hanno più paura di esprimere la loro opinione. Ogni tanto ci scappa qualche errore grammaticale, ma ancora in seconda si può fare. Sono cresciuti, da novembre a giugno. E li sento discettare di personaggi statici e dinamici, di come ognuno si sia identificato in quello che leggeva “perchè in fondo compiono le nostre stesse azioni”. Di come abbiano vinto la sfida della difficoltà di sintesi, e quindi “vogliamo essere ri-sfidati”. Mi incominciano a citare frasi dal romanzo. Preparate? Non credo. “Coinvolgente”. Avevo chiesto a Letizia di darmi un altro aggettivo, che “interessante” lo dicono tutti, ed è uscito fuori (anche) questo.

Se Twitteratura è servita anche solo un pizzico ad aiutarli ad esporsi e dialogare nello spazio pubblico (un tema che mi sta alquanto a cuore) non è stata fatica vana. Non è stata fatica vana quella delle professoresse, che si sono lanciate pensando di avere un paracadute che non si è aperto, e trovandone un altro. Non è stata fatica vana quella dei ragazzi, che ricevevano messaggi il sabato sera sui tweet da inviare e preparare. E ora dicono: “ho imparato che apprendere non vuol dire sempre e solo fatica”. “La cultura non è noia”, avevo scritto sul mio banco qualche tempo fa: l’ultimo (?) regalo di #twsposi.

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