Tingersi, tingere ed essere tinti. Conversazioni datate (ma non troppo)

tingere

La chiacchierata che segue è datata 2010. Quattro anni fa. Mi avevano detto che era “fuori target” (e quando mai). La posto adesso. Adesso che sto ancora rielaborando Scilla in passerella (ne riparleremo). Adesso che, da un po’, il comune di Reggio è stato sciolto per (guarda un po’) contiguità. Adesso che Anime Nere è sbarcato a Venezia, e guarda caso i commenti parlano di teatro (classico e/o elisabettiano). Adesso che sono sempre più convinta che la cifra del tragicomico e del paradossale sia una lente quasi obbligata. Adesso che è arrivato il momento, a settembre, di riordinare i cassetti. Adesso che sembra sempre più urgente, se si vuole fare (continuare?) un discorso sulla Narrazione e gli Stereotipi, dialogare con le ombre junghianamente intese. Sul tingersi, tingere e l’essere tinti. Marchiati, direbbe qualcuno. Cercando di non cadere nelle retoriche della purezza.

Incontro Dario De Luca a Messina, dove è impegnato con La borto, spettacolo ideato e messo in scena dal suo sodale Saverio La Ruina. I due hanno fondato nel 1992 la compagnia Scena verticale e il festival Primavera dei teatri, una delle più importanti rassegne nazionali sul teatro sperimentale ed emergente. Hanno scelto di farlo a Castrovillari, un piccolo comune in provincia di Cosenza, perché, mi spiega La Ruina, «io sto e cerco di crearmi intorno della condizioni di vivibilità diverse, la vivibilità diversa è la qualità della vita;  il teatro, quello scelto con metodo, che ti lascia qualcosa nella discussione o nella risata intelligente, diventa una cosa di cui ti accompagni necessariamente. In luoghi dove non succede quasi nulla diventa un modo per far sì che succedano più cose, è un modo per te di vedere delle cose… è stato un modo per vedere di più, per far vedere di più, creare un humus, fare avvicinare tutti a questo tipo di esperienza.  E’ un po’ una cattedrale nel deserto ma intorno qualcosa c’è, molto legato al pubblico che si fida, che avendo già visto altri ‘non nomi’ che gli hanno dato emozioni forti, non è vincolato al grosso nome teatrale». Dario De Luca assiste a tutta la chiacchierata che faccio con La Ruina, annuisce e spesso sorride. Interviene per sottolineare quanto sia difficile in Italia ancora oggi accettare l’idea di una “cultura popolare” (nel senso della popular culture inglese non a caso tradotta come sinonimo di “cultura di massa” in italiano) e di quanto il teatro ne soffra. Dario De Luca ha ideato e messo in scena U’ tingiutu. Un Aiace di Calabria. Ne parliamo insieme.

Cominciamo da qui. Che cos’è per Lei il teatro?

Prima Saverio mi faceva ridere quando presentandosi ha spostato l’asse da ciò che è a ciò che fa a teatro. Per noi il teatro in effetti è quello. E’ la nostra vita. Noi non abbiamo una vita molto diversa rispetto a quella di essere sempre intorno a dinamiche teatrali. Questo non vuol dire che non abbiamo altri interessi  (io ho una famiglia) ma anch’io abbino la mia presenza su questa terra a quello che faccio a teatro.

Vuol dire che si realizza….

Sì. Ed è questo che ti fa andare avanti nei momenti di difficoltà. Io faccio una cosa che amo fare, e questo è impagabile.

Come è nato “U tingiutu. Un Aiace di Calabria”? Ci racconti la genesi….

U tingiutu nasce da una riflessione costante su quella che era nata come “mala pianta” calabrese ed è diventata una “mala pianta” mondiale, la ‘ndrangheta. Mi sono chiesto: perché tante compagnie calabresi, tanti professionisti, che hanno un minimo di riconoscibilità in Italia e perfino chi ha deciso addirittura di rimanere in Calabria, come noi, non si sono posti ancora il problema di rappresentare quello per cui siamo più famosi nel mondo, ahinoi?  Non l’ho mai capito e continuo a non capire, è una riflessione che continuo a fare… E’ uno scollamento che abbiamo dalla realtà? E’ una cosa talmente più alta di noi che abbiamo paura di avvicinarla? E’ una rimozione? E’ tutto quanto insieme? Secondo me, c’è anche un altro male da tenere in considerazione, il male più pesante, che io sento tremendamente: la contiguità con la ‘ndrangheta. Ognuno di noi è contiguo alla ‘ndrangheta e lo è nel senso proprio spaziale, fisico del termine. Tu puoi stare normalmente in un bar e respirare la stessa aria insieme a persone che possono essere parte di quell’organizzazione o comunque di gente che gravita intorno. E questa contiguità spaziale fa sì che non sai mai chi è nel giusto e chi non lo è, chi è il bene e chi è il male…

Ma quindi è la Calabria troppo piccola o sono troppi i criminali?

Ti direi che sono troppi ma in realtà è la mentalità troppo dilagante. Non è solo il fatto, l’organizzazione mafiosa e le attività criminose, è anche una mentalità. E la mentalità, ahimè, l’abbiamo tutti. Un esempio banalissimo, che capita a tutti: prendi una multa, torni a casa. Sei minimamente connesso al tuo tessuto sociale, sei diciamo nella media borghesia. Qualcuno in famiglia ti dice: “dammela che vedo di fartela togliere”.  E’ una cosa folle se ci pensi…  perché? In nome di quale potere? Questa cosa, che sembra una cosa banale, in realtà è una mentalità con cui cresciamo, per cui non è solo il fatto criminoso, ma il fatto di poter scambiare dei piaceri, il fatto di poter andare a chiedere alla persona che può risolverti il problema o all’istituzione che in quel momento diventa bonaria e accondiscende ad un compromesso… questo è il seme malato sul quale varrebbe la pena riflettere e fare una sorta di pulizia civica.

E Lei come ha scelto di rappresentare il fenomeno?

Ritornando allo spettacolo, mi sono reso conto che la ‘ndrangheta è una materia difficile da trattare, poi da calabrese che sta in Calabria ancora di più… Non sai quanto il tuo dire potrebbe essere retorico, banale, non sai quanto potrebbe e fino a che punto colpire…  A un certo punto, mi è capitato di rileggere l’ Aiace di Sofocle e mi sono reso conto (o almeno io trovavo e la gente che ha visto lo spettacolo me ne dà conferma)  di quanto in quella tragedia il pensiero, la mentalità  degli eroi greci, dei guerrieri achei fosse vicino ad un pensiero che possiamo considerare mafioso, ‘ndranghetista. Il concetto dell’onore, della famiglia, delle stragi, il pensare di essere più forte quando fai vedere di non cedere: tutto questo portato alle estreme conseguenze mi ha fatto riflettere. Mi sono detto:  «Ma questi qui, Agamennone, Aiace, Menelao, parlano come potrebbero parlare dei boss delle ‘ndrine!»  Da questa riflessione sulla tragedia greca (che mi ha fatto ridere e piangere insieme e rimanere stupito dalla forza di questi classici sulla contemporaneità) sono partito per capire se e come costruire una storia che avesse il plot sofocleo ma che potesse essere calata nella Calabria di oggi. Gli eroi greci mi hanno aiutato a parlare dei corpi, delle pance, dei cervelli di questi uomini di oggi.

Andiamo proprio alla storia….

La storia è il plot sofocleo: morto Achille, Aiace si aspetta di averne le armi perché è il più forte dopo di lui. Ma in una riunione di capi si decide di darle ad Ulisse (anche perché Ulisse convince tutti che è bene che le tenga lui). Aiace quindi perde il senno e decide di fare una strage. Ma, sbagliando, entra in un cortile di pecore e fa una strage di armenti. Quando se ne rende conto ha paura di essersi svergognato, di subire l’onta… E’ un uomo d’onore! Decide quindi di uccidersi. Questo è quello che ci racconta Sofocle. La mia storia parte da qui e da qui si sviluppa, ovviamente rivisitata.  Innanzitutto, le armi di Achille: queste armi di questo boss morto non sono solo armi ma territori, affari, uomini. C’è un boss che li pretende e una conclave di altri boss che gliele negano. «A lui no!» (forse perché diventerebbe troppo forte)… E quando Aiace  impazzisce e fa una strage, beh, ne abbiamo viste tante, purtroppo, di stragi. Nello spettacolo non c’è una perdita di senno a causa di una dea ma si allude a questo continuo usare cocaina, per cui si capisce che probabilmente ha perso la testa pippando droga.

E “U tingiutu”, che significa?

U tingiutu significa “tinto”, “tinto col carbone”. Nell’accezione ‘ndranghetista sembra significhi il segnato per morire, colui che è destinato a morire. Tra l’altro è una spiegazione che ho trovato nel libro di Criaco, Anime nere. E’ molto affascinante perché in effetti  si dice «Tu sì tintu» da una parte per segnalare l’altro, per dire «sei sgamato», dall’altra per dire: «ti tengo d’occhio, sei segnato».  Aiace è tingiuto perché anche se si ammazza,  nella mia storia sa che verrebbe ammazzato, per cui si dà la morte onde evitare di dare questo piacere agli altri.  E non a caso c’è tutta una diatriba sul cadavere di Aiace: Agamennone, Menelao, Teucro, si trovano davanti al corpo e non sanno se farlo sparire o meno, se considerarlo un uomo d’onore (quindi fargli avere la sepoltura) oppure farlo diventare una lupara bianca.  Che secondo me è una delle modalità più crudeli che si possano perpetrare: non dare nemmeno una lapide ad una persona, non dare nemmeno la possibilità ad una famiglia di avere un luogo dove poter andare a mettere un fiore è un modo per far sparire completamente un uomo anche dalla memoria delle persone. E’ terribile, perché anche chi riceve il lutto non lo elabora mai. Non avendo trovato mai il corpo, si sta sempre sul “chi va là” anche se si sa che la persona è morta, si spera sempre che qualcosa possa succedere e comunque non si ha l’oggetto, non si ha…

Non crede che si possa avere una mitizzazione dell’uomo mafioso?

Esiste una mitizzazione, è vero,  ma non degli uomini che sono spariti. Questi uomini sono invece quelli meno ricordati, meno mitizzati. Parte veramente un colpo di spugna straordinario. Sono quelle tecniche del male che uno pensa non possano essere così efficaci e invece lo sono in una maniera disarmante.

Io però mi riferivo anche, rispetto al confronto con l’etica che ispirava i grandi eroi del passato, ad un rischio di mitizzazione degli mafiosi in generale, come se il mafioso diventasse un eroe…

Infatti lo spettacolo non mitizza niente. Una cosa che ho chiesto ai miei attori (e provo a fare anch’io) in scena è cercare di essere sgradevoli, proprio perché invece noi abbiamo avuto un’epica del male. Hollywood ci ha insegnato ad amare personaggi come Scarface, don Vito Corleone e questo ha creato dei simboli davvero emulati dalle criminalità mondiali. Tutti conoscono Scarface, don Vito Corleone, si fanno le ville come Tony Montana. Invece io volevo ritornare a raccontarli come uomini vili, cattivi, brutti, osceni, sgradevoli. Non c’è bellezza nei nostri personaggi.

Lei però parla comunque di una società arcaica e primordiale, quasi che ci sia una concezione evoluzionistica…

No, lo stato arcaico per certi versi è passato. Se vogliamo però è peggiorato, perché c’è un livello di criminalità molto più subdola…

Sciascia diceva che la linea della palma si sposta sempre più a nord…

Esatto, ma direi che si spostano anche le ramificazioni della palma. Perché ormai, proprio per quel concetto di contiguità, è sempre più difficile… prima l’atteggiamento mafioso era anti-Stato (nel meridione lo è sempre stato, lo è stato nel momento in cui è nato contro i piemontesi)  però… adesso non è più anti-Stato, è Stato andato in cancrena, le malavite si sono inserite come metastasi nei contesti istituzionali.

Ma facendo questa rappresentazione, avrà voluto lanciare un messaggio…oppure no, era solamente una psicanalisi?

Era anche una psicanalisi, forse lo è stata. Lo è stata proprio per tutti noi attori. Io mi rendevo conto di come fosse facile trovare un linguaggio, di come fosse facile trovare in scena tra di noi sguardi, silenzi, occhiate che venivano  automatiche. Questo fa pensare e mi faceva male… Sì, anche psicanalisi… Intanto volevo iniziare a parlare del problema attraverso il teatro, capendo che la tragedia greca è molto più vicina di quanto crediamo e può sempre essere rinnovata  (a mio avviso non solo non vale la pena ma gli si fa un torto portandola in scena con i pepli e i vecchi allestimenti, anche secondo una riflessione che ci racconta il contemporaneo). Poi è stato il primo passo per un percorso che porto avanti, sulla contiguità e sul rapporto riguardante l’intimità del problema ‘ndrangheta. Io non mi occupo della ‘ndrangheta come problema sociale. Lì ci sono studiosi che lo sanno raccontare (adesso in maniera sempre crescente), ci sono cronisti che se ne sono sempre occupati… Come teatro non voglio fare cronaca, voglio entrare nei meccanismi mentali, voglio capire cosa succede ad un uomo, perché un uomo ragiona in quel modo, perché io nelle parole di Agamennone sono convinto e lo spettatore è convinto che sia un uomo della malavita di oggi a parlare… mi interessano questi meccanismi mentali. Mi interessa capire cosa succede in una famiglia che magari non c’entra niente ma subisce un lutto improvviso di una persona legata  o affiliata a qualche cosca… Cosa succede a quella famiglia? Si sfalda? Si unisce? Trova un nemico? Cosa succede? Mi piace più provare a scandagliare questi meccanismi..

Il teatro nasce anche per scandagliare l’animo umano.

E poi perché si vive in Calabria, non lo vedi da lontano il problema, non lo vivi come piaga sociale, lo vivi nel piccolo.

Insomma, vorrebbe dirmi che tutti questi automatismi, questi meccanismi vengono come calabresi? Che come calabresi si è geneticamente ‘ndranghetisti?

No, assolutamente. Questi meccanismi, questi automatismi vengono in quanto uomini. Non c’è nessuna visione lombrosiana in questo.  Sappiamo che la ‘ndrangheta è attecchita qua perché io sono convinto che dove è più debole la presenza dello Stato , dove sono deboli le regole di un’istituzione, dove culturalmente si è deboli, attecchisce la mafia.

Che significa essere culturalmente deboli?

Non aver dato ad un luogo la possibilità di riscattarsi culturalmente. Io sono tra quelli che pensano che il Risorgimento sia stato un atto colonialistico e comunque penso ci sia stata un’attitudine a mantenere uno status quo di ignoranza. Per cui, questa sudditanza culturale ha fatto bene a chi voleva arricchirsi e mantenere il proprio ruolo di feudatario però ha anche creato dei mostri. Ha creato una mala pianta che è attecchita proprio perché non avevamo gli strumenti culturali per avere invece un atto di ribellione.

Il teatro potrebbe essere uno strumento…

Il teatro potrebbe essere uno strumento. Il teatro è uno strumento.

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