Di ruoli e copioni: fare la propria parte (sul #25N, finalmente)

«Sì, vabbé, esistono gli uomini violenti, ma anche le donne devono fare la loro parte»: mi arriva così, di passaggio, questa frase, che davanti al teatro Cilea c’è confusione e si dovrà pure cercare spazio. In realtà lo spazio c’è, per passare, ma evidentemente si sentiva la necessità di dirlo (a mezza voce, però, al confine tra la riflessione personale e quella pubblica). Che “tanto rumore per nulla”, questo 25 novembre.

“Fare la propria parte”, in un gioco di ruoli ben stabiliti. Performare bene, senza uscire dal copione. Magari con la logica della miglior prestazione.

Proprio di ruoli e di copioni si tratta, davanti al teatro Cilea. Ci si chiede «Chi è l’oppresso? Chi è l’oppressore?», e il pubblico in qualsiasi momento può dire: “Stop!”, per immaginare insieme possibili storie diverse. In cui, magari, non ci sia né l’uno, né l’altro.

25n-rc

Davanti al teatro, si fa teatro. “Fare teatro” è spesso detto, dalle nostre parti, con quel fastidio di chi non vuole “dare spettacolo” (altra espressione ambigua) e insieme quella preoccupazione e quella ritrosia per cui le cose importanti vanno fatte senza rumore, mantenendo saldo il confine tra la vita pubblica e la vita privata, la scena e il retroscena. Che poi spesso il retroscena sia osceno non importa. Perché ogni spettacolarizzazione, si pensa, ha in sé qualcosa di fuffoso, esagerato, in qualche modo falso.

Si arriva al dilemma per cui, se ogni atto in un luogo pubblico, in quanto può essere “visto e sentito da tutti”, ha una forte componente performativa, l’istituzionalizzazione di una ricorrenza ha sempre con sé il rischio di trasformarsi in un rito, laico e sacro insieme.

Il 25 novembre, come è stato sottolineato, non fa eccezione. L’occasione perfetta per riesumare la sempre presente e fiorente mitologia del dolore.

A meno che lo sforzo di esporsi in uno spazio pubblico non sia supportato dalla sensazione, netta, di non venire giudicati. E dalla convinzione che sia possibile raccontarsi, condividere, per crescere insieme.

Questo è successo dentro la galleria di palazzo S. Giorgio, il 25 novembre. Niente riti laici, niente, soprattutto, celebranti compunti e compresi nel ruolo, appunto. Ma un’atmosfera informale, l’unica che può permettere il miracolo dell’azione di concerto che non annulla le differenze, ma le armonizza. Sbalordita, ho assistito a persone che sceglievano di raccontare il proprio vissuto senza protagonismi, ma per dire (l’espressione che ho sentito più spesso, in tante varianti) che “si può superare”. Ma non detto in versione talk-show. Detto da chi ti comunicava, con il sorriso prima che con le parole, che il problema esiste, che c’era passata per davvero, in prima persona, con occhi, testa, cuore, ed era andata oltre.

Qualche anno fa, in uno dei romanzi contenuti in una famosa collana per ragazze, leggevo delle “sorelle come soffro”. Era il soprannome che l’adolescente protagonista dava alle amiche della madre, dedite a demolire il genere maschile una volta a settimana. Adolescente che non si sottrarrà dall’aiutare una sua coetanea in difficoltà durante un tentativo di stupro, ma rifiuterà categoricamente di diventare la “santa patrona” del club.

Che non c’è niente di straordinario, nel fare la propria parte. Ma uscendo da ruoli e situazioni che non ci rappresentano, che ci fanno soffrire. Immaginandosi diverse e diversi. Né oppressi e né oppressori. In una parola: liberi.

 

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