Impressioni. Oriente parlante

Prima stanza. A sinistra uno stormo si leva da terra, mentre nella laguna sta passando una grossa nave da crociera: il viaggio ha inizio.

Dicono al Mao che Marco Polo avesse 17 anni quando accompagnò il padre e lo zio in Oriente. Altre fonti oscillano dai 12 ai 19. Un’adolescenza sulla via della seta. Alle soglie del 1300, da Venezia alla corte del Gran Khan, in Mongolia. Oggi, quei territori corrispondono a Iraq, Iran, Afghanistan, India fino in Cina.

“Dalla prima guerra mondiale i rapporti diretti Usa-Iraq sono cessati. Molto complicato ottenere un lasciapassare”: Michael Yamashita, fotografo del National Geographic, dal 1998 al 2002 si è messo sulle tracce di Polo, con in tasca una copia sempre più consunta del “Milione”.

Ancora prima stanza. Più a destra il pannello esplicativo, ma l’occhio cade sulla doppia cupola di Baghdad. E sulle ragazze che, anche se invitate ad un matrimonio, portano il mitra.

Giochi di spazi concavi e convessi mi investono nella seconda stanza, dedicata all’Iran: la moschea di Yazd, la buca al centro della cappella votiva, le volte e le geometrie dell’hammam. E poi le torri del vento. Tempo di riflettere sulla sapiente linea d’ombra che interseca il ritratto della città di Bam che mi giro a sinistra. E.

Non so dire quanto tempo abbia passato a lasciarmi incantare dal gioco di luci ed ombre, di vuoti e di pieni in questa fotografia. Deserto di Taklamakan, Dunhuang, Cina. Singing sands, sabbie che cantano. Non dovrebbero essere lì, la stanza sulla Cina è più avanti. Eppure ci sono, a completare ed esaltare la danza degli spazi tondi. “Ormai il deserto è un’attrazione turistica, ho dovuto fotografare dietro una duna gigantesca per immortalare il secolo XIII” spiegherà più in là Yamashita. La sua ossessione nel voler trovare storicamente immobili i paesi che attraversa con il conseguente esotismo, sviluppa nella mostra un gioco nel gioco.

Afghanistan. In questa stanza la composizione è tutta affidata alla linea retta. Siano i soldati che issano il cannone del carroarmato, l’arnese che permette di fumare oppio, i forconi per la vagliatura del frumento, il cestino intrecciato, l’uomo che trascina le angurie con il carrello, il blocco plastico formato dalla donna e i figli sul mulo.

Mongolia. Il mercato di Kashgar in cui la contrattazione si fa testa contro testa e si tratta “in perfetto inglese”. Il setaccio per il riso. I precipizi di 3000 metri da attraversare su ponti strettissimi (flashback aspromontani).

Tibet. Il cammino con prostrazione, frustate incluse (pure per il fotografo quando si fermava).

La Cina, con i 12000 ponti di Hangzhou, le imbarcazioni di Yangzhou e Yamashita che a Dehua si stupisce dei ragazzi che disegnano “un busto della loro stessa età, ma occidentale”. Quel sibillino “Oggi l’amianto è un grande affare in Cina”. La Muraglia, assente nelle descrizioni di Polo perché, è stato accertato, il bastione fu costruito circa tre secoli più tardi.

Il ritorno via mare, con le noci di cocco dell’India. I cappelli del Vietnam usati per essiccare i calamari.

Si chiude con la prigione di Polo, a Genova, riflessa in una pozzanghera mentre passa un gabbiano.

Non so se l’itinerario sia esattamente questo, a parte l’inizio e la fine. Ognuno riporta quello che più ha attratto la propria attenzione. Colombo per tutta la vita rimase convinto di aver ritrovato le Indie di Polo. Polo che scrisse il diario di viaggio qualche tempo dopo essere tornato. Le città di Marco sono visibili, con-testo. Quelle di Calvino sono invisibili, pre-testo. A ciascuno il proprio sguardo, sulla via della seta.

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