19-20/11/15 – Reggio Torino andata e ritorno

1345 km. La mente non vorrebbe fare polemica ma il corpo è stanco.

1 ora e un quarto di aereo, 30 minuti di trenino, 4 ore e mezzo di treno (Frecciarossa). Contando il ritorno, quindi raddoppiando, sono 12 ore e 30 minuti di viaggio in due giorni. (All’altro giro, ce ne ho messe 10 per arrivare a Napoli).

Sei fortunata, pensa una volta con il treno della notte, di ore per arrivare a Torino ce ne volevano 14… Sei fortunata, pensa a quelli che devono viaggiare per malattia e non per lavoro…

“Sei fortunata”, che fa sempre il paio con “pensa a chi sta peggio”.

Che fai, ricominci con la solfa della meridionale piagnona? Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Ma il corpo è stanco.

Riempirsi gli occhi con le luminarie di Natale. Sobrie, efficaci. In giro è pieno di manifesti, di eventi passati e futuri, fatti da gente che propone, da gente che contesta. Riscoprire il piacere di camminare a piedi, coi mezzi pubblici. Di camminare. Ché il tram passa, e tu le strade, incredibilmente, le ricordi. E ti senti un po’ a casa, e non lo avresti mai immaginato. Ritrovare gli amici, riscoprirsi simili, questi 20 anni sbandati e sempre un po’ a disagio. Quello che siamo e quello che vorremmo. Essere, più che avere. “Non siamo solo quello che facciamo, accidenti”. Ed è subito calore, saranno le stufe, a Piazza Vittorio.

Via Garibaldi e la storia del Matto letta d’un fiato, ché non fa poi così freddo, e tu avresti voluto giocare con le distanze dei cartelli, leggerli tutti insieme, all’inizio della strada, ma la precisione sabauda ti sorprende sempre: al massimo, ne puoi leggere tre alla volta, ché la prospettiva, geometrica e millimetrica, non perdona. E cammini, cammini, e quando arriva il “così fu” ti pare troncato di netto, la via è finita, la storia pure, ma la porti con te, ora che devi andare.

“Ma da voi anche c’è stata la psicosi della Seat?” “No, da noi già viaggiare è un casino, al massimo ‘sta storia dell’Isis ci demotiverà ancora di più. E poi c’è stato l’alluvione, da noi” “Ah già.”

Ché già dall’anno scorso, le gite saltavano, te lo ricordi. Ma non lo dici. E poi l’alluvione è passato, ché la ferrovia l’hanno ripristinata, no? Ti viene il freddo se pensi che devi andare a Bari, alla fine sempre binario unico è (“Incredibile”, ti dice un pescarese, “da Salerno in giù non si sa che succeda”), vabbè cambierai a Roma, cambierai lato, andrai via Tirreno, ti prenderai un pullman, insomma, sempre la solita a creare problemi. Che poi, neanche è sicuro, quindi di che ti preoccupi?

Le bottegucce artigiane. L’impressione che entrando proprio lì ci sarà quel capo, quell’oggetto che ti stava aspettando, uguale a nessun altro. E ristoranti dove non entrerai mai (“cucina siberiana”) ma ti viene voglia di ringraziarli, che ci sono, grazie di esistere, grazie che siete aperti.

Il municipio, anzi Palazzo di Città. La Mole e la Tour Eiffel unite nel simbolo della pace, #Pernonaverepaura. Prima dei bombardamenti. O forse anche dopo, ché, hanno scritto, Se vis pacem… e poi questa storia della cuginanza: dicono gli storici fosse il titolo che i francesi davano ai migliori feudatari… e poi non ci chiamavamo cugini pure coi marocchini? Chi a chi? Ma insomma, che accidenti pensi, sbrigati, sbrigati che è tardi, devi andare.

La piscina riscaldata lungo la strada che non ti aspetti. C’è chi se la gode, in questa notte fredda torinese. Tu, una volta tanto, sorridi, continui a camminare, devi andare, è tardi, c’è chi ti sta aspettando.

“No, non c’era posto al circolo, andavano su prenotazione, già tutto occupato, figurati se le sciùre…” “Ah, ma quindi anche qui, la logica del club…” “Funziona sempre e dovunque”.

La mattina dopo è nebbia vera. La strada la sai, ma chiedi, ché non si sa mai. “Per la stazione?” “Eh, sempre dritto, ma in bocca al lupo”. Nemmeno 15 minuti a piedi. All’inizio mi inquietavo, li prendevo sul serio, ora lo so, che qui, qualunque cosa, dicono sia lontana, ma poi è vicina. Il grattacielo non si vede, mentre è già ora di andare.

“Hai visto che sta succedendo a Parigi? Io non lo so… prima li accogliamo tutti, africani, rumeni, e questo è il ringraziamento.” La mia vicina di posto. “Uhm… a me pare che alcuni degli attentatori siano francesi, europei, ma magari mi sbaglio… poi guarda, io sono per l’accoglienza, forse le cose sono un po’ più complicate, io non ne capisco molto” Silenzio. “E quindi scendi a Milano” “Sì” “E di dove sei?” “Rumena, abito in Italia da dieci anni quasi” Silenzio. “Ma avete l’euro?” “No, no, menomale, sennò il cambio…” Ride.  “Sai, ci sono un sacco di pensionati italiani, che vivono da noi. Hanno fatto anche un servizio a ‘Le Iene’. Riescono a vivere bene, avere uno stile di vita buono. E tu di dove sei?” “Vengo da giù. Calabria” “Ah, bella, non ci sono mai stata, il mare…” “Sì. Il mare è bello, vienici in estate, qualche volta”.

E il siparietto a Fiumicino, ufficio oggetti smarriti che è anche recupero bagagli. Trovo il terminal, passo i controlli, ma la ragazza decide per un controllo aggiuntivo, sarà il mio cappello naif?, menomale che ho messo poche cose in valigia, penso mentre continua a frugare… Arrivo davanti a un altro bancone, ho tutto, documento di riconoscimento, biglietto aereo, mail con la denuncia smarrimento, ma con l’aria annoiata in 30 secondi mi si risponde che no, non è arrivato niente, ci dispiace. Esco. “Niente da fare. Grazie lo stesso, ciao” “Ciao”.

Ché veramente, pensavi di ritrovarlo?

Altro terminal, altro controllo, la signora in fila con me sente la necessità di condividere che “è necessario, ma se lo fai tutti i giorni un po’ ti stanca”, ché è il secondo volo che prende, in 2 giorni. A ‘sto giro, casca male, però, rido tra me, pensando ai miei spostamenti. Si fa seria. “Anche se non hai niente da nascondere, ti senti a disagio” “Già” “Buon viaggio” “Grazie, anche a lei”.

E quindi torni. Ed esci, ché è sabato sera. E lo sai, che ricomincerà la dura lotta per farti fare un analcolico decente, che vincerai non chiedendolo più. “Ma dove sono finiti tutti?” “Ma non lo sai, che dobbiamo aspettare le vacanze di Natale, per vedere un po’ di gente della nostra età in giro?” “L’epifania, tutti i ragazzi porta via”. E ridiamo, tanto per cambiare, in mezzo ai ragazzi delle medie, ai liceali e a qualche coppia attempata. Chi ha i bimbi piccoli resta a casa, ché fa freddo. Tanto non c’è niente. E non ci stai, ad una narrazione basata sulla morte, sulla malattia, sul dolore.

E ci guardiamo, superstiti un po’ a nostra insaputa un po’ per scelta, ché mica ti lamenti. Mi salutano: è già tardi, è ora di andare, ché l’auto(mobile) può aspettare. Tornano a casa a piedi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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