Vedere con il cuore, sentire con le mani: oltre la luce, i mille gusti del buio

Il contatto che stiamo stabilendo, io che scrivo e tu che leggi, è basato sulla vista. Ed è esattamente quello che non c’era, ieri sera, alla cena al buio organizzata dall’Asd Polisportiva Team 14 in collaborazione con le associazioni universitarie Orsa Major e New Deal: il contatto visivo. Ne abbiamo fatto a meno. Scoprendo ad esempio, di riuscire a sentire in un sacco di modi. Chiudere gli occhi, per me, dopo ieri sera, non è più la stessa cosa.

“Bendata non ce la posso fare”, “Scusa ma ho un impegno”: ad una ad una molte delle amiche che avevo invitato hanno declinato. Il buio fa paura, dà vertigine. Ad occhi chiusi, che succede? Arrivo al locale della cena tesa come una corda di violino. Lo sono gli amici che mi accompagnano, lo siamo tutti e 50 i convitati, mentre aspettiamo di essere bendati. I ragazzi della polisportiva lo sanno: Giuseppe spiega a noi ritardatari che il buio non sarà totale, che la serata non è una prova di forza, non è una gara, ma un gioco, la condivisione di una condizione, di un’esperienza di vita. Ci chiede di provare, a non togliere la benda per tutta la durata della cena.

Sul tavolo, all’ingresso della sala, un cartellone con i nostri nomi e i posti assegnati. Li ha scritti Anna Barbaro, la ragazza reggina, l’atleta paralimpica che ora, prima di porgermi la benda, sta inserendo con cura dei batuffoli di cotone all’altezza degli occhi. Non sono capitata vicino ai miei amici. Conoscerò persone nuove, al buio.

«Dov’è Josephine?» «Qui». Mi si avvicina qualcuno che mi prende con dolcezza il braccio, mentre i miei passi si accorciano. «Adesso sentirai di più i rumori, vero?» «Minchia, c’è un casino». Mi scopro incontinente verbale, in barba a qualsiasi forma di galateo. Frastuono, suoni forti.

«Adesso prova a sederti, ma prima delinea lo spazio intorno a te, altrimenti sbatti». Ci provo, mi siedo, ci riesco. Il corpo sa. Ma chi c’è, intorno a me? «Guarda che puoi toglierti il giubbotto, mettiti comoda». E in effetti. Segnalo la mia presenza, insomma mi presento. Chi c’è? Rispondono due voci, nel buio. Una più a destra, una più a sinistra. «Di fronte a te non c’è nessuno, perché la sedia accanto a me è vuota», precisa la voce a sinistra. Grazie. «Io sono il tuo angelo custode». Una voce alle mie spalle. «Chiama se hai bisogno di me». «Anche lui è non vedente» sottolinea un’altra voce, sempre alle mie spalle. «Davanti a te hai le posate, il piatto, prova a prendere confidenza con il tavolo». Non ricordo già più i loro nomi. Come lo chiamo, l’angelo custode? Chi mi sente? Qualcuno mi sentirà? E quanta attenzione presto, in genere, ai nomi di chi mi sta parlando? La fisionomia non aiuta, al buio. Non resta che chiedere ancora. Scusate, come vi chiamate? Intanto ci fanno scalare di posto. Si levano borbottii ed esclamazioni varie. È solo paura, ancora. Riesco a ricordarmi del giubbotto, lo sposto. La borsa è sempre sulle mie gambe.

Mi concentro su quello che dovrei avere davanti. A tentoni, trovo le posate, circoscrivo il bordo del piatto, trovo il bicchiere, accanto c’è una bottiglia. Sarà di acqua? «C’è l’acqua, mi sa», annuncio. «Qui la birra» risponde Maria. In un attimo (ma come ha fatto?) mi prende la mano per portarla sulla bottiglia. Ghiacciata. «Qui la Coca-Cola» aggiunge Chiara. Le forme delle bottiglie sono diverse, non ci avevo mai fatto caso. Adesso distinguo le loro voci (ma quante sfumature può avere, una voce?) e nel rumore di fondo che continua ad esserci mi pare che riusciamo a non gridare. Almeno spero. Conversiamo: anche loro si sono lanciate senza paracadute. Un’altra voce, a destra: «Come ti chiami?». Parlerà con me? «Lìscio!» continua subito dopo. No no, ci sono, eccomi (mano sulla spalla, d’istinto), ti rispondo. «Io sono Nino». Ciao, piacere mio.

Mi tranquillizzo un po’ quando riesco a versarmi da bere: collo della bottiglia, attaccato al bicchiere, piano, piano. Una soddisfazione infinita. Mi sto lasciando andare e continuo a conversare con Chiara e Maria. Oggi, mi accorgo che nemmeno per un attimo mi sono chiesta che faccia potessero avere.

Una voce annuncia l’antipasto, un’altra, vicinissima, mi dice che sta posando il piatto. Annuso, ma il mio olfatto è spento. Che c’è dentro? Vanno a vuoto i miei due tentativi con la forchetta. Spero che sia finger food. Sì, l’odore ora pare di fritto, la consistenza è quella ma solo assaggiando saprò. Sante mani. Che fanno splosh quando incontrano qualcosa di morbido. Formaggio? È arrivato il momento forchetta, mentre il tovagliolino è sempre più ridotto ad un batuffolo inzaccherato e con Chiara e Maria scambiamo le impressioni su quello che stiamo trovato. Ma: o mangi, o parli. Anche se il silenzio, lo senti, non viene preso bene. Da me per prima.

Da quanto tempo sono qui? Un’ora? Più? Meno? E i ragazzi non vedenti come fanno? «Hanno un orologio che parla» mi spiega Chiara. «Per leggere i messaggi o usare il cellulare ci sono delle app vocali che li aiutano». Ora sento tutti lontani. È difficile inserirmi in una conversazione, se non vengo coinvolta espressamente, e mi pare di capire che anche per gli altri è così. Tendo a stare in silenzio ma nello stesso tempo ho una gran voglia di parlare. «È una mappatura diversa, tutte le cose assumono un altro significato» dice Maria. «Ma, ad esempio: come fai a rendere cose come l’arcobaleno?» «Lo traduci in musica», risponde Chiara, sicura. È incredibile, mi trovo a pensare (e a dire) quanto ogni mappatura porti in sé un mondo, se si sa ascoltare. «Ma tu sei non vedente?» No, rispondo (presto, troppo presto). Cioè, in questo momento sì ma in genere no. «Ah, ecco».

È il momento della pizza, anche questa preceduta dalla filastrocca al microfono, che prepara al gusto. Stavolta l’olfatto risponde. E mangiarla con le mani è facile, così come riuscire a indovinarne i condimenti. Mi trovo ad ascoltare i discorsi degli altri. Ma se faccio un pisolino qualcuno se ne accorgerà? «Tutto apposto? Avete mangiato? Volete un altro pezzo?». I ragazzi del team 14 non ci lasciano mai da soli. «Dieci minuti. Dieci minuti e potete togliere le bende», precisa Giuseppe. Dov’è Maria? «Voleva provare ad andare in bagno». E perché non l’ho sentita alzarsi? Dov’ero? Penso che uscendo da qui avremo cinquanta esperienze diverse (non c’è, non può esserci il colpo d’occhio, ognuno, volere o volare, è focalizzato su se stesso). A fine serata scoprirò che alcuni hanno provato a fumare insieme fuori, ad esempio. Io resto seduta e provo ad ascoltarmi ed ascoltare, ancora.

«No, prendere una persona di peso non è rispettare la sua libertà». È Anna che parla, ad una voce che mi sembra bassissima. «Io prima di essere disabile sono una persona, come tutti. Devo avere io la libertà di muovermi, di decidere con chi e dove andare». Sta parlando con un ragazzo che ho sentito, poco prima, avere la distrofia muscolare. Ne approfitto per chiederle come fa a capire se una persona la sta ascoltando. «Ti senti osservata, io prima vedevo e me ne accorgo. Poi ascolto la direzione della voce. E poi lo capisci da come ti risponde» ride. Mi racconta di come questo esperimento delle cene al buio inizi dal 2012, della collaborazione con studentesse di psicologia dell’università di Messina. E sono (siamo?) in molti, a fine cena, a pensare di poter aiutare ai tavoli, le prossime volte. «Con queste esperienze ti accorgi di altre cose. Hai notato? Il segnaposto in braille ha una molletta, un fiorellino» continua Anna «Servono a ricordare». Intanto Maria torna. «Eh, diciamo che è stato più difficile del previsto, ho dovuto togliere la benda». Sono di nuovo inquieta: com’è che mi bruciano gli occhi, se ce li ho chiusi? Questi ultimi dieci minuti (non so in relazione a cosa, ho perso ormai totalmente la cognizione del tempo) non passano mai. Finché: «togliete le bende».

La luce è soffusa, ma mi acceca. Chiara e Maria hanno un volto, così come Nino. Li scopro. Ci salutiamo di nuovo, come se fosse la prima volta. La torta alla luce ha un sapore diverso. Non migliore: diverso.

Riscoprire la distanza è sconvolgente. Delle posate dal piatto, del piatto dal bicchiere. Tra. Il bicchiere e la bottiglia d’acqua.

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La voce al microfono continua: «oggi è la giornata della memoria, ci piace chiudere così, con questa canzone che sicuramente conoscerete tutti». Parte la colonna sonora de La vita è bella. Un sacco bella.

Non ho voglia di accendere il cellulare, gli occhi si stanno appena riabituando. O forse non ho voglia di riconnettermi subito, di farmi stordire di notifiche. Penso a quanto siamo pieni di schermi, fuori e dentro. E di come questi schermi, a volte, aumentino la distanza.

Ho imparato la memoria del corpo, nella giornata della memoria. Un corpo che sa, che ricorda, che percepisce molto più di quanto ci illudiamo di pensare. Un corpo che vuole vivere e vive, in un sacco di modi diversi.

L’ultima chicca la regala Giuseppe: «sono stato in America, in Svezia, ho studiato scienze motorie applicate alla disabilità, insomma, ho girato un po’. Non so perché sono qui a Reggio» sorride. «O forse sì, è una specie di vocazione». Lui allena Anna e tanti altri atleti. «Ma prima di gareggiare, di cominciare ad allenarsi, c’è tutto un lavoro da fare».

E se, come c’è scritto sul segnaposto personalizzato con il nome in braille (segni che senza pratica sono incomprensibili), “Ciascuno vede ciò che si porta nel cuore”, mi piace pensare, dopo ieri sera, di riuscire a vedere un po’ di più. Di avere imparato, un po’, a convivere col buio.

Troppi schermi ti allontanano da qualcosa che era proprio lì. Non è poi così difficile provarci, afferrarla. Mettersi in gioco davvero. Senza schermi.

 

 

 

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