Emanuele Trevi a Messina: «La Calabria? È anche un posto reale, non solo un genere letterario»

Ieri sera sono andata a Messina a sentire lo scrittore Emanuele Trevi. Mi avevano incuriosito le recensioni del suo ultimo libro, Il popolo di legno, uscite su Zoomsud, e il dibattito che ne era seguito. Mi era parso di capire che il volume ha un’atmosfera teatrale (protagonista un Topo), e il fatto che l’incontro messinese fosse introdotto da Dario Tomasello, sulla cui linea di confine tra letteratura e storia e critica del teatro mi sono formata (e deformata), ha solleticato ancora di più la mia curiosità.

Il prof. parte e continua, as usual, in modo centrifugo: della trama non dirà nulla. «Non sono d’accordo con la quarta di copertina: per me il libro non è nichilista ma sapienziale, pieno di senso del sacro. Si ricollega a Il viaggio iniziatico, titolo del libro precedente dell’autore. Il popolo di legno parla del baratro che c’è in ogni forma di comunicazione, dell’abisso che si apre in ogni parola. Ci tufferemo dentro questo abisso?» Da lì alla funzione della letteratura è un attimo: «in un tempo in cui sembra che il linguaggio letterario non serva più a nulla, libri come questo aiutano a porsi la domanda. Ha aiutato me, a ricordarmi del legame etimologico che c’è tra mestiere e mistero, quando un po’ scegli di fare delle cose, un po’ vieni scelto».

Ed è subito Beckett. Morbida la risposta di Trevi: «volevo creare un senso del rapporto che si ha con l’arcano. Ognuno di noi sente sempre di più che venire al mondo è insufficiente, ma non ci sono più i riti di iniziazione e di passaggio, anche la religione è vissuta in modo superstizioso, ognuno sente che deve fare da sé». E se «l’esperienza non è più riconoscibile a tutti», allora «dobbiamo iniziarci da soli, e in questo un grande ruolo ce l’ha la fantasia. Viviamo sistole e diastole, momenti di perdita di controllo, in cui ci svuotiamo, e momenti in cui ci pare che l’edificio che siamo tenga bene. Non procediamo per meccanismo addizionale, ci vuole perdita, viviamo momenti in cui per poter ricordare dobbiamo cancellare».

Se gli stimoli sono individuali, lo specifico della letteratura diventa indagare la persona, «parlare della singola persona, che non è astratta. La letteratura è l’unico ordine di sapere che non procede per universali. La politica, la filosofia, devono valere per tutti (per questo per me l’impegno letterario nel modo in cui siamo abituati a pensarlo non ha senso). Il mio è un libro nichilista nel senso scolastico del termine: non ho un fondamento universale, politico, confessionale su cui basarmi. Sono attratto dal lato comico più che dal tragico».

La letteratura quindi aiuta ad «uscire dal conformismo senza arrivare alla pazzia. Ogni volta che leggo una pagina bella mi succede questo, di avere la sensazione di trovare un punto d’equilibrio, che ci vuole, come per stare seduti, per mettere un chiodo. In questo senso un libro è un’esperienza iniziatica e c’è sempre un libro che ossessiona i miei personaggi, in questo caso Le avventure di Pinocchio. Cosa mi dice Melville, oggi? Che la caccia alla balena bianca è fatta da un fobico del bianco, quindi che ciò che ci attrae nello stesso tempo ci atterrisce e viceversa. Cosa siamo disposti a fare, in nome di quel bianco? La cosa che fa più paura oggi è esprimere il proprio desiderio, per questo Pasolini è ancora così attuale».

Ho scritto tutto questo per dare un’idea del panorama mentale, della mappatura dell’autore. A cui ho fatto una domanda precisa: perché ha ambientato il romanzo in Calabria?

«Mi viene in mente Nabokov, che ha scritto come dopo la rivoluzione comunista, la Russia non sarebbe stata più come prima. E certo! Gli avevano ucciso il padre, abitava in una casa bellissima e poi ha dovuto andare in esilio… per me la Calabria è un po’ questo, uno stato di felicità assoluto che non tornerà più e che recupero nella scrittura. Uno stato perduto non solo temporalmente, perché non sono più bambino… è che c’è stata una distruzione che voi siciliani non potete nemmeno immaginare… penso all’ambiente… ho questo ricordo, di mia madre che entra in acqua e le si attacca un polpo alla gamba. Il plancton» ha continuato, «non c’è più, si sono perse delle cose».

Ma quindi è tornato in Calabria? In quali posti?

«No, in Calabria non ci vado più. Per quella sensazione vado in India, in Asia, soprattutto in Grecia, dove ci sono quei colori, quelle luci, e molta più costa, quindi è meno rovinata. Ho scritto Calabria ma avrebbe potuto essere Sicilia, Guatemala, Palestina. Sono l’ultima generazione che ha vissuto quell’esperienza della vita di paese, con forme di vita millenarie… anche la spazzatura una volta era naturale! Mio nonno era un giudice a Scalea, poi la mia famiglia si è trasferita da tanto tempo a Roma. Una volta fuori dalle città c’era buio pesto, in quel buio potevi spaventarti ma anche immaginare».

E ancora: «La Calabria è un paesaggio, non molti posti possono dirsi tali, la maggior parte dei luoghi sono scenari. La Calabria ha una parte alla luce e i piedi che affondano in un fango magico. Poi, certo, la Calabria è anche un posto reale, non solo un genere letterario. Mi rendo conto che rispetto al passato le cose, come la sanità, sono cambiate, si sta meglio, non voglio essere pasoliniano però si è perso il contatto con…» la natura? «no, direi meglio la possibilità che si possa vivere uomini e animali in rapporti non gerarchici».

Conclusione: «Potrei parlare per ore della Calabria, perché non riesco a non deridere quello che amo. Ho letto un libro di un calabrese, Luigi Guarnieri, che dice come subito dopo l’unità d’Italia i piemontesi mandarono 70.000 uomini nella regione a combattere i briganti: è la stessa cifra di soldati del contingente americano in Iraq! L’altro fa sempre paura. È come Apocalypse Now, tratto da Cuore di Tenebra di Conrad, col sergente Kurtz che dice, prima di morire, “Uccideteli. Tutti”».

Pochi hanno analizzato la solitudine esistenziale come Samuel Beckett. Che evitava accuratamente riferimenti spazio-temporali. Contestuali. E invece qui è Calabria.

Trevi, uno dei più quotati critici letterari contemporanei, avrebbe potuto scrivere, dice, un sacco di altri luoghi, ma ha scritto Calabria. Il perché ha provato ad argomentarlo. Io non ho letto il libro, ma mi pare un perché viziato, un tantino, da esotismo sociale. Il popolo di legno può significare un sacco di cose, ma, c’è scritto, è calabrese.

Il posto dove vivo, quindi, è fuori dal tempo e dallo spazio. Proprio “altro”. Siamo sicuri che abbia una storia? E mi chiedo perché, se la letteratura si occupa di persone che “non sono astratte”, lo debba essere un contesto, su cui si scarica tutta l’alterità possibile.

E quindi scopro, per l’ennesima volta, ma detto chiaramente, che il posto in cui vivo è un genere letterario su cui ambientare, da fuori, la perdita di tutte le speranze che furono. Il posto reale, la vita che scorre in uno spazio-tempo, ed è quindi storia e storie, è “anche”. Viene dopo. E non capisco, visto che viviamo anche (o soprattutto?) di immaginario, perché il posto dove vivo debba essere usato per sceneggiature “esotiche”, tra Eden e Inferno, in barba a quelle storie altre che possono permettere una sceneggiatura differente. Dal Sud suddissimo circondato dal niente in cui niente, che non sia sangue e strepiti, succede.

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