In macelleria

«Eravamo sfollati». Sono appena entrata in macelleria, sto in fila ad aspettare il mio turno e mi arriva questa voce. Guardo in direzione, la signora, un’età che non riesco a definire, continua: «siamo andati a Galatro, dopo l’armistizio, nel ’43». L’interlocutore annuisce: «c’è spazio lì… è brutta la guerra, e stupida». 

La chiamano, è il suo turno. Continua. «Con il camion, siamo andati con il camion, tutti là sopra». «Ma voi siete di qui?» Mi intrometto, non resisto. «Sì, sì, questo stavo dicendo, che ci siamo spostati di qui poi siamo tornati nel ’45, quando è finita». E come avete saputo che era finita?

«I vecchi rimanevano qua, erano gli zii che facevano avanti e indietro per informarsi. Uno aveva un camion, quello su cui siamo saliti, ha portato le suore che sono qua vicino…» Per salvarle… «Per salvarle, sì. Poi quando non si poteva più stare anche i vecchi si sono convinti e ci hanno raggiunto pure loro».

E poi siete tornati. «Sì, avevamo gli americani in casa. E com’era la casa! C’era un buco, in camera da letto… perché sparavano da Messina, no?» E non lo so, signora. «Sì da Messina sparavano agli aerei». Ma chi, i tedeschi? «No» e qui la voce le diventa un po’ flebile «i tedeschi erano nascosti qua».

Penso alla firma di Badoglio, alle interpretazioni storiche, alla signora che ha vissuto sulla propria pelle il “rompete le righe” dall’oggi al domani.  Ora sta parlando del nipote che le fa i complimenti sul sugo («mia nuora lavora»).

Penso agli spostamenti per necessità, ieri e oggi. A chi si sposta ancora per guerra. Che magari per un etiope, a proposito di storia e storie, la voce diventa flebile quando dici “italiani”. Noi ventenni siamo chiamati a spostarci per piacere, non per necessità. Così dicono. Eppure ci pensi. Retaggi di catastrofi multiple?

E ancora. Ascoltare le storie che abbiamo intorno. Quanto abbiamo accelerato, noi ventenni, rispetto alle due generazioni precedenti? E come fai a stabilire una distanza, se non sai da dove parti?

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