47. I suoni del corpo che parla

Un uomo, dentro la chiesa degli Ottimati, i Migliori, comincia a percuotersi.

Si mette le mani in faccia: il suono rimbomba. I piedi battono a terra, e ogni colpo è un tonfo, sempre più forte. Posso descrivere nei dettagli quello che ho visto ma non quello che ho sentito. Né quello che ha sentito lui. Nè quello che hanno sentito le persone tra i banchi della chiesa, ieri sera. L’udito è privato. Come il dolore. Si sente, ma non si vede, non si riesce a vedere. Non si deve vedere. E non si dice.

Il dolore come tabù che abbiamo rimosso e non sappiamo vivere, che stordiamo con parole tecniche e frasi di circostanza, c’è scritto sul foglio distribuito prima di questo concerto di ingresso al Triduo Pasquale.  “SEI – I suoni del corpo”. Sei quadri, sei interpretazioni in estemporanea, per riflettere sulla centralità del corpo in una religione ma prima in una vita, in una storia.

Le mani dell’uomo si toccano, ora battono l’una verso l’altra e formano nell’aria un cerchio. Ora sono giunte, ora si sfregano, ora, racchiuse, fanno uscire, a ritmo regolare, l’aria che tra loro c’è. Il battito di un cuore che rimbomba, ancora.

Mani sul petto, forti, per suoni che si alternano pieni e sordi. Sordi, quando non riusciamo a comunicare il dolore, sordi quando annichiliti da sensazioni che pensiamo solo nostre incrociamo le braccia. In chiusura. Le scale dell’arpa salgono e scendono, s’incrociano coi suoni del petto. Ora una mano colpisce l’altra, dorso e palmo in alternanza, ed entrambe si muovono a tracciare un cerchio, ancora.

La lingua schiocca. Un modo tutto nostro per dire sì, o per dire no, tanto la mossa è sempre quella, lo schiocco con un cenno del capo verso l’alto. Forse che sì, forse che no, il cenno non c’è ma lo schiocco aumenta di volume e intensità, mentre adesso è il violino a farsi sentire, struggente.

Piano. Forte. Lo stesso accordo, a ripetizione. La cadenza è quella, lenta e inconfondibile, del mortorio. Adesso, al terzo dei sei quadri, è chiaro che è il corpo a fare da batteria agli strumenti. Che è il corpo a dare il ritmo al resto, mentre l’arpa pizzica le corde, sempre le stesse corde, sempre più forte, come un’ossessione. Il suono della voce si sdoppia, il ritmo diventa sincopato ma la sincope arriva inattesa. Entra il fiato del flauto a continuare, a sostenere.

Scocciuliàre. Ridurre tutto a cocci, con le mani. Adesso sono loro, a schioccare, mentre il violino arpeggia e il pianoforte sorregge una voce che racconta di violenza. Muta, e di un uomo che ha scelto di non rispondere. «Un lapsus, ri-esisti. La pancia diceva resisti, il cuore riesisti, e il cuore veniva prima. Ri-esisti». Ora il flauto può liberare le note, il suono arriva limpido, le scale sembrano leggere e ricche di sfumature, all’orecchio.

Il sesto quadro è pianoforte. Lo schiocco delle mani diventa un battito impercettibile. Ora sono vicine, leggere, in volo.

Una ragazza per tutto il tempo ha dipinto un quadro sul pavimento. Mi fermo a vederlo. È il profilo di una farfalla.

 

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