Faceboom o dell’esplosione social(e)

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Il senso di vuoto, di fame d’affetto attraversa tutti i 18 racconti di Faceboom, l’ultima opera di narrativa di Paola Bottero.

Diciotto racconti, diciotto ritratti di vite incatenate, prima che al social network, ad un disagio che non sanno spiegare: i personaggi di Faceboom vivono di non detti, malintesi, rimpianti, giustificazioni, e non si accorgono di cosa stia loro intorno.

Mancano le parole per spiegarsi, per sentirsi amati. Le dinamiche innescate dai social sono presenti, ma restano sullo sfondo: la messa a fuoco è su ciò che le genera, su questo senso di vuoto comune ad ogni ambiente sociale, riempito con relazioni finalizzate ad avere di più. Sesso, soldi, cibo, potere, successo.

Da Messina a Isernia, passando per Torino, Savona, Roma, Milano, Bari, Catania, Lipari, Catanzaro, Cagliari, Firenze, Pescara, Udine, Ancona, Aosta, Perugia: ogni capitolo è una tappa geografica diversa, diversi sono i mestieri e le professioni del o della protagonista, ma il “cosa faccio” serve sempre a nascondersi, a nascondere la domanda del “chi sono”.

Ed è ogni protagonista ad accompagnare il lettore dentro il suo universo (qualcuno direbbe gabbia) mentale: lavoro, relazioni, quotidianità. Così ogni narrazione rimane coerente senza per forza entrare nel patologico: seguendo gli eventi dal punto di vista di chi li percepisce, ogni racconto ha una logica interna e una sua “normalità”. Tolto l’alibi patologico, per il lettore diventa più sottile e inquietante provare a riconoscersi nei personaggi.

Forse per questo è difficile leggere Faceboom tutto d’un fiato: i “mostri” sono umani, troppo umani, pieni di desideri e speranze frustrate che la prosa chirurgica di Bottero fa emergere nitidamente.

E ogni capitolo, che può essere letto come un racconto a se stante, diventa una pillola non dorata di realtà.

Perché la realtà entra in ogni racconto, mentre siamo presi dal vortice ordinato del flusso di coscienza del protagonista: ma il colpo di scena non è mai urlato. Arriva così, naturalmente. E altrettanto naturalmente i personaggi decidono di ignorarlo, di negare l’evidenza, perché non conviene loro o perché proprio non hanno gli strumenti per vederla. E quindi rimangono in gabbia. La chiusa di ogni racconto è un colpo d’ala che spinge per diciotto volte su questo paradosso. Le descrizioni dei luoghi, delle città, grazie ad una prosa che riesce a rendere per iscritto le sensazioni dei cinque sensi (e non è poco, in un’epoca più che mai sbilanciata sul visuale), spingono sul “c’è qualcosa, là fuori”. Ma non per i personaggi.

Forse è per questo che, ad una prima lettura, prevalgono i colori cupi ma poi, si fanno spazio i “no” che fanno la differenza, specie nella seconda parte del libro. “No” di personaggi secondari, ma esistenti, che gettano una luce diversa sui racconti e sull’intera opera.

Un’opera frammentata eppure intera. Clamorosamente intera. Mi spiego meglio. La critica letteraria si interroga da anni su quale possa essere la forma più adatta a rappresentare lo sfasamento spazio-temporale in cui viviamo. Dopo il novel ottocentesco e il narratore onnisciente che guidava alla verità, dopo gli esperimenti di Proust e Joyce che hanno spinto al limite la forma-romanzo,  è sembrato che il “ritorno alla realtà” (vi risparmio il dibattito su neo-neorealismo e simili) dovesse passare dall’autobiografismo finzionale à la Gomorra o à la Walter Siti o ad esperimenti di ucronìa su grandi eventi storici (“cosa sarebbe successo se?”, stile Sliding Doors).

Un lavoro come Faceboom traccia e rappresenta un’altra strada possibile, feconda nel rendere lo sfasamento spazio-temporale tra on e offline, tra cronaca e percezione, e insieme le analogie che legano il virtuale al reale.

Se ci si focalizza sul singolo racconto, la struttura narrativa può essere semplificata in: discorsoindirettolibero e dialoghi/colpodiscena-realtà/chiusa. Il personaggio rimane in gabbia, continua a girare nei propri comportamenti. Il lettore no, e può capire la sfumatura della parola chiave che dà il titolo al racconto.

Ognuno dei diciotto racconti ha infatti una parola chiave, un tag che lo identifica. Ma tanti tag messi uno accanto o sotto l’altro, come sappiamo quando li vediamo elencati sui post, più che parole magiche sembrano parole vuote, che anziché aprire squarci di senso aumentano il rumore. Solo quando è posizionata in un contesto, mentale e sociale, una parola diventa una chiave che permette di cogliere meglio il senso delle cose. In Faceboom c’è questo tipo di operazione di scavo profondo e la sfumatura del titolo al termine della lettura di ogni racconto sarà chiara, non banale. Non è questo, quello che chiediamo alla letteratura?

Questa dimensione verticale, di scavo ed esplorazione, si affianca a quella orizzontale, propria del web, non appena proviamo a focalizzarci sull’insieme dei racconti.

Ogni racconto è un blocco a sé stante, come bloccati sono i personaggi nella loro incomprensione ed interpretazione degli eventi. Ma i personaggi non sono soli, nel mondo: hanno legami relazionali. Strumentali, ma legami.

Sono questi legami a collegare un racconto all’altro, come sono collegati il protagonista precedente a quello successivo da rapporti di parentela, sesso, lavoro. Faceboom è formato nel suo complesso da un grafo sociale, un reticolo di relazioni orizzontali che tiene insieme i racconti e li fa capitoli di una storia più grande, in una staffetta di voci che, lette in sequenza, formano un intreccio cronologicamente orientato, da gennaio a dicembre. Una freccia del tempo che fa da contraltare al tempo percepito e al tempo della rete.

I fili relazionali e temporali si dispiegano e raccolgono con chiarezza nel capitolo finale, che dà il titolo all’intera opera.

Per me è un romanzo. Un romanzo contemporaneo, che partendo dal social arriva al sociale, senza facile voyerismo da bassifondi. Segnalando un’esplosione su tutte: quella della fiducia che salda i legami e costruisce rapporti in cui ciascuno si mette in gioco. Senza schermi.

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