Notturni reggini a basso voltaggio: inaugurata ieri alla Galleria d’Arte Toma la personale di Domenico David

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Un blocco verticale, un parallelepipedo immerso in almeno quattro sfumature di blu. Pochi tocchi di bianco, luce fredda. È davvero il monumento dell’Arena dello Stretto di Reggio Calabria o invece un megalite di Stonehenge?  «Lavoro sulla sospensione, sulle associazioni mentali che alcune forme suggeriscono» spiega Domenico David, l’artista che ritrae notturni “a basso voltaggio”.

Perché “Tutti viviamo a basso voltaggio, cioè al di sotto delle nostre possibilità, per non dire dei nostri sogni”, si legge alla personale dentro la Galleria d’Arte Toma, da ieri e fino al 23 settembre una stanza nel blu, a ingresso libero (ore 09.00/13.00; 16:30-20:30; chiuso domenica e lunedì mattina).

«La luce elettrica prima dell’Ottocento non esisteva e ha cambiato il volto delle città» continua David «È l’energia, lo sforzo che mettiamo nel volerci conoscere, dentro e fuori, oltre il buio che resta predominante».

La luce del neon investe parallelepipedi familiari ma non troppo, nelle quattro opere ispirate a Reggio: accanto all’arena/megalite, spiccano un lungomare alla luce dei lampioni e un paesaggio all’orizzonte.

«Son venuto spesso qui, specie prima di traghettare in Sicilia» racconta l’artista, originario di Stalettì (Cz) e insegnante all’Accademia di Belle Arti di Brera. «Per me Reggio Calabria è metafisica: mi ricorda Lisbona, gli scrittori Pessoa e Saramago, l’inquietudine, perché è una città al confine, un avamposto. Hai questo mare e una terra davanti che sai sia la Sicilia ma può essere un miraggio, significare qualsiasi cosa».

I quadri che ritraggono paesaggi al neon vengono investiti dalla luce al neon della galleria: l’allestimento curato da Marta Toma gioca ad evidenziare il contrasto tra la luce fredda, bianca e a tratti giallo evidenziatore, che abbaglia, e il buio blu, che tranquillizza e spaventa.

Undici opere per raccontare una ricerca iniziata con la fotografia digitale e proseguita su tela:  «Nelle prime macchine fotografiche, ad ogni movimento prima dello scatto si creavano dei buchi, delle striscioline di luce sfocata» spiega ancora David. «È  un percorso contro l’alta definizione, sia in senso artistico che filosofico».

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