La Vara, dentro. [Fest’i Maronna, 2016]

Mani tengono, sorreggono le spalle degli altri che tengono, sorreggono la vara. Una rete che è anche una catena umana. Il trionfo della Patrona passa dalla fatica e dal sudore di chi sta sotto, perché l’effige, il quadro, pesa solo quaranta chili ma la cornice, la Vara, il carro trionfale, pesa più di dodici quintali, portati a spalla su stanghe di legno da più di centodieci persone, per altri 1.200 chili.

Il legame tra la Patrona (pater, maschile, declinato al femminile) e la città di Reggio Calabria è viscerale: sorreggere la Patrona che sorregge noi, perché se cade lei cadiamo tutti, e se cadiamo noi cade pure lei, in fondo. Quindi l’Avvocata non ci abbandonerà, perorerà la nostra causa. A Maronna mi ‘ndi iuta/ogni passu na caruta, recita un adagio popolare. Solo alcuni, i portatori riuniti in associazione, hanno l’onere e l’onore di soffrire per stare vicini alla madre, a portare il peso e gemere e continuare a camminare, a farla camminare in processione: a settembre, dal Santuario dell’Eremo al Duomo e durante la breve passeggiata sul Corso Garibaldi; a novembre, per il percorso inverso, dal Duomo all’Eremo.

La festa grande, Fest’i Maronna, è dopo l’estate, quando la città accoglie, o si riprende, la Vara. L’Avvocata di Reggio è Madre della Consolazione, e i Frati Cappuccini, che la tradizione vuole ubicati A Munti a Maronna (anche ora che la città si estesa, sulla carta, molto oltre) la consegnano alle autorità cittadine in una piazza dove prima c’era scritto sul muro, e oggi su una targa: cu terremoti cu festa e cu paci/sta festa si fici e sta festa si faci, perché la celebrazione, il rito, dal 1600 non si è mai fermato, a scandire il tempo che passa, i bisogni che restano, la comunità che cambia e sembra sempre la stessa.

«Vado a mettermi al solito posto», sento, per altri mini-riti di ogni anno. Sono al solito posto, più o meno, anch’io: siamo ancora vivi, in fondo, siamo insieme, con la Madre, ai piedi della Madre. E griramulu cu tuttu u cori: ora, e sempre, viva Maria!  Parte l’applauso, i fiori sono già piovuti, la bimba bacia il quadro, la campanella suona, la Vara si alza, preghiere, intenzioni, richieste di intercessioni.

E la Vara è passata dal Corso Garibaldi riconsegnato da poco, fino a piazza Duomo riaperta pochi giorni fa, perché gli schieramenti politici, in fondo, non sono composti da fratelli litigiosi in cerca dello sguardo della Madre?

«Ma tu guardi la cornice o il quadro?» Mi chiese molto tempo fa un sacerdote di fronte ai miei dubbi su sentimento e dottrina, forme e regole della fede e della pietà popolare. Che passavano, ad esempio, da una irritazione puntuale alla scansione delle parti in processione: perché “e tutto il popolo di Dio” arrivava alla fine?

Leggere, tempo dopo, della religione municipale, del cattolicesimo municipale a solidarietà limitata mi ha fatto pensare. Ordini e riti esteriori/interiori: del paganesimo e delle tradizioni contadine (pagus, contadino) si nutrono le tarantelle all’ingresso delle Chiese (come fossero templi antichi), così come il rito del panino con la salsiccia o le frittole: fumi che si leveranno per tutta la città fino a martedì ma chiamare questa braceria diffusa un sabba sarebbe considerato blasfemo. Meglio non dirlo.

Il sacrificio del maiale per la festa della Madre, un do-ut-des di memoria (anche) greco-romana.

I Greci si relazionavano con gli dei attraverso la preghiera, ma non avevano affatto fiducia nella sua efficacia se essa non era accompagnata da un segno tangibile di devozione: il rapporto tra uomo e dio era di scambio, dove l’offerta sacrificale al dio era il mezzo per garantire l’esaudimento della richiesta del fedele. Il sacrificio più importante era quello cruento di animali, i quali venivano sgozzati e smembrati, in modo da cremarne una parte per fare ascendere il fumo agli dei, e riservarne un’altra per mangiarla in comune. Molto praticati erano sacrifici incruenti ossia le offerte di vegetali, frutta, preparati alimentari oppure di fiori, spesso sistemati in corone. Anche i liquidi, come acqua, vino, latte, erano offerti nelle cosiddette libagioni, versati sull’altare o al suolo.

Il dono di un’offerta era un atto di culto diffusissimo, che solo in alcuni casi coincideva con la volontà di esibire il proprio stato sociale elitario attraverso un oggetto di valore […]. Il devoto consacrava se stesso in modo simbolico, perpetuando l’atto devozionale compiuto. […] In occasione delle feste religiose, sacrificio e offerta erano preceduti dalla processione e seguiti da agoni sportivi o concorsi musicali e teatrali. Elementi fondamentali della ritualità festiva erano la musica e la danza.

 

Questo l’ho trovato in uno dei cartelloni esplicativi del Museo Archeologico, uno dei più grandi del Meridione, dicono. Candele, fegatini, viscere alla brace canta Capossela ne Il ballo di San Vito, nell’immagine del Salento dionisiaco e orgiastico, ma quella è irrequietezza personale, la tarantella calabra al contrario si basa sul mastro di ballo, che scandisce i tempi, che decide chi sta dentro il cerchio e chi fuori, i movimenti sono controllati per salvaguardare l’armonia, il funzionamento del ballo del gruppo: sul sacrificio, più o meno consapevole, del singolo.

Su quali segni e simboli, regole (ordini simbolici) si basa la comunità di Reggio Calabria?

Come un ronzìo, mi tornano in mente le parole di Michela Murgia, dopo aver letto il saggio Ave Mary: il dolorismo al posto dell’annuncio della Resurrezione, quindi la Mater Dolorosa, funzionale al dolore dell’altro, per una concezione socio-religiosa che ha come corollario l’oblazione, il sacrificio totale di sé, l’annullarsi per amore che diventa ricatto emotivo, e poi mammismo e rapporti malati tra i sessi.

Impossibile da possedere, intangibile al tempo e alla sua consunzione, la donna-santuario resta un mistero davanti al quale o ci si inginocchia o si bestemmia.

E ancora

La dottrina del peccato originale è fondamentale per capire perché le donne cattoliche abbiano di fatto collaborato all’oppressione di se stesse. La condizione di debito spirituale permanente tiene infatti in piedi una situazione parallela di ricatto stabile, giocata di continuo dal pulpito al confessionale, dal linguaggio del catechismo a quello della liturgia. […] Alle donne è stato proposto di saldare il proprio debito assumendosi la responsabilità sulla vita e sulla morte degli altri, curandosene come vestali. Se la donna è esclusa dalla possibilità di essere soggetto spirituale nella morte, è infatti sempre protagonista nel suo contesto. […] La vedova, l’orfana e la madre appaiono sempre come naturale complemento dell’ostensione pubblica della fine dell’uomo. […]

Nel millenario sistema dei patriarchi c’è un tempo per rifiutare e un tempo per acconsentire, un tempo per perdonare e un tempo per punire le scelte fuori norma: nessuno di questi tempi è mai deciso dalle donne, specialmente quando il e il no riguardano il loro corpo. Maria di Nazareth è la persona che ha subito il torto più grande nel dipanarsi di questa colossale struttura di dominio. è stata strumentalmente trasformata in icona della più passiva docilità, in muta testimonial del silenzio-assenso, e ha finito in modo paradossale per essere proposta come esempio luminoso di donna funzionale ai piani altrui, lei che i piani altrui li aveva sovvertiti tutti senza pensarci su neanche un istante.

Stasera il concerto di Povia. Volare basso è importante, per non dispiacere alla Vara che portiamo dentro.

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