Alla ricerca della disemia perduta: il calabrese come fa? (Appunti)

Si dice mangi troppo/non metta mai il cappotto/che con i denti punga /che molto spesso pianga/ Però quando è tranquillo/ come fa sto coccodrillo?

Mi frulla nella testa da stamattina. Perchè ieri sera sono andata a sentire il professor Mario Bolognari, al Palazzo della Cultura della Provincia. La passione e il viaggio, il tema della conversazione con Francesco Idotta a partire dal suo libro, I ragazzi di Von Gloeden

«È un libro sulla disemìa, cioè la distanza tra ciò che proclamo di me come gruppo sociale e la concreta attuazione di ciò, quindi come sono/siamo veramente» ha spiegato Bolognari. «In altre parole, la distanza tra l’intimità, con le proprie contraddizioni interne, e il discorso pubblico, cioè la retorica con cui costruiamo la nostra identità».

Una retorica «Fatta di cose che leggiamo su Facebook, della serie “Io sono un tipo che”: se tutti siamo così sinceri dove stanno gli altri? Sono frasi che usiamo come costruzione dell’identità. Più che l’aspetto psicologico, che riguarda l’identità personale», ha continuato, «L’antropologia si occupa dell’aspetto collettivo, sociale. Come i gruppi costruiscono la propria identità? E cosa accade quando costruiamo l’identità nel discorso pubblico in negazione con ciò che intimamente sentiamo?».

A Von Gloeden, tedesco di famiglia nobile, per rimedio contro la tubercolosi viene consigliato di andare in Sicilia. Siamo nel 1878, il ragazzo ha 22 anni. Su suggerimento di un amico, arriva a Taormina, dove resterà fino alla morte, nel 1931. Dopo aver imparato da un siciliano l’arte della fotografia, Von Gloeden comincia a ritrarre en plein air ragazzi efebici, poveri, in pose magnogreche: gli scatti (7-8000, di cui ne sono stati trovati solo 3000), hanno un successo strepitoso e lanciano Taormina come meta turistica mondiale.

«A casa Von Gloeden arrivarono Wilde, Nietzsche (in incognito), il fondatore di National Geographic, la migliore intellettualità europea e nordamericana» ha ricordato Bolognari.

Come fu raccontata questa storia? «È stata tramandata come una storia di fotografia, in cui lo sguardo tedesco aveva scoperto la grecità nascosta nelle fattezze dei ragazzi più poveri della città, costituendo un mezzo di comunicazione formidabile» ha spiegato Bolognari. «I locali, cioè, tendono a trasfigurare questa storia partendo da un elemento vero, cioè che la comunicazione di Von Gloeden funzionò». Ma su cosa giocava questa comunicazione? «Sulle poetiche omosessuali nel corpo infantile, in un tempo in cui la parola pedofilia non esisteva perché non esisteva il concetto di sessualità infantile, prima della pubertà».

Esotismo, alterità, retoriche per nascondere, e nascondersi «Un conflitto sociale tra chi spingeva per il turismo come soluzione di tutti i problemi, a tutti i costi, e chi voleva lasciare le cose com’erano. Il libro» ha continuato Bolognari «Ruota intorno ad una domanda: qual è la soglia morale oltre la quale non si può andare? Esiste? O è culturalmente e socialmente determinata? In pochi anni» ha ricordato l’antropologo «Divenne possibile quello che prima non era».

In quel periodo, tra fine ‘800 e i primi del ‘900, abitavano a Taormina circa 4000 abitanti. «Sono stati implicati, nelle foto di Von Gloeden, 3-400 minori, tutti di famiglie povere. I genitori sapevano tutto, ma tutti negavano.  Alcuni taorminesi denunciarono pubblicamente quello che stava succedendo ma di fronte a queste denunce, che provenivano sia dal mondo cattolico che da quello socialista, vennero aggrediti: “Parlate male della Sicilia. Questi signori non stanno facendo niente di grave, portano turisti e ricchezza”. Von Gloeden», ha continuato «È stato definito la prima banca popolare siciliana, perché quando i ragazzi crescevano, li aiutava a sposarsi e comprare le attrezzature per il lavoro che avevano deciso di fare».

Immediato, e sollecitato da Francesco Idotta, il collegamento con l’attualità: «In questo momento Addis Abeba è il più grande bordello al mondo» ha puntualizzato Bolognari, autore di diverse ricerche sul colonialismo italiano. «Ma noi non lo sappiamo o non lo vogliamo sapere. In Cambogia, dopo la guerra civile, il governo si interrogò, chiamando anche antropologi europei, su quale modello di sviluppo seguire, a quale modello ispirarsi: il modello thailandese porta ricchezza subito, purché si appalti a grandi capitali stranieri, ma svende il territorio e le persone, prime fra tutti i minori. Le famiglie etiopi si stanno organizzando: se mandano in Europa uno o due minori, è un investimento per loro, ma questi bambini che fine fanno?»

Disemia. La stessa per cui uno dei ragazzi di Von Gloeden, Francesco Raia, diventato fotografo, «Distruggeva gli scatti in cui era modello e vendeva quelli degli altri. Quando sono andato a chiedere ai superstiti di questa storia, mi dicevano: “È vero ma di me non parlare”. Per i discendenti è una storia aerea, in cui nessuno è implicato direttamente. Quali sono le cose di cui non parliamo? Cosa non diciamo di noi stessi?» Ha domandato Bolognari.

Lo incrocio anche con le strane forme di narrazione alla calabrese. Il calabrese come fa?

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