Oltre lo specchio: “Rinascere dal dolore” a Reggio Calabria e ovunque

L’ineffabile non si spiega. E l’arte che riesce a suscitare un tale senso di vertigine neanche. Sostare davanti all’opera di Claudio Parmiggiani, esposta al Museo Diocesano di Reggio Calabria fino al 12 settembre, è un’esperienza spirituale intensa. 

“Senza titolo”: solo strati di vetri neri sovrapposti, a formare uno specchio. Rotto. Scheggiato. Ha perso la sua funzione, è diventato inutile. Ma come la lingua batte dove il dente duole, lo sguardo su qualsiasi specchio rotto torna proprio sulla scheggia, che restituisce immagini diverse, impensabili prima del trauma.

A volte la ferita è così profonda che lacera lo specchio fino a bucarlo: non riflette più. Non fa rimbalzare la stessa, insufficiente, narcisistica immagine. Così, nello specchio nero di Parmiggiani è un buco bianco ad attirare l’attenzione: diventa soglia che fa uscire da sé, deformare lo spazio-tempo intorno, rimandare ad altro. Fa entrare la luce.

Luce è stata la vita del parroco Giuseppe “Pino” Puglisi. “Alla luce del sole” è il film del 2005 con cui molti dei quasi trentenni hanno conosciuto la sua storia. Prima dei colpi di pistola alla nuca, nel giorno del suo 56° compleanno, il 15 settembre 1993, sorrise ai suoi assassini e disse: “Me lo aspettavo”. Cosa Nostra lo uccise davanti al portone di casa, nel quartiere Brancaccio di Palermo, dove il prete scomodo aveva fondato il centro di accoglienza “Padre Nostro” per offrire un percorso diverso ai bambini ed ai ragazzi del luogo in cui era cresciuto, oltre le illusioni dell’ideologia dell’odio.

In questo stesso centro di accoglienza, oggi anche Casa Museo, arriverà l’opera di Parmiggiani dal 13 settembre in poi, e lì resterà, donata dall’Associazione Musei Ecclesiastici Italiani con il contributo della Fondazione Cariplo, dopo una staffetta espositiva dalla Lombardia alla Calabria intitolata “Rinascere dal dolore”.

A Reggio, lo specchio di luce è posto di fronte ad una delle grate che compongono l’ala tardo-settecentesca del palazzo arcivescovile: riflette quindi delle sbarre, una sorta di gabbia. «Ma non è fatto apposta» precisa sorridendo la direttrice del museo Lucia Lojacono. Per la prima incursione nel contemporaneo, patrocinata da Comune e Città Metropolitana, Lojacono ha chiesto e ottenuto la collaborazione di Libera Calabria e Reggio Non Tace, con cui ha organizzato il dibattito che martedì 5 alle 21 vedrà confrontarsi, tra gli altri, l’imprenditore Gaetano Saffioti ed il giornalista Michele Albanese.

All’inaugurazione della mostra il 31 agosto scorso, oltre all’arcivescovo Fiorini Morosini, ha sostato davanti all’opera Suor Carolina Iavazzo, che quella sera del 1993 aspettava don Puglisi per la torta e oggi porta dentro sé il suo volto sereno: «Don Pino non era un eroe ma una persona come noi, che non si poneva contro gli altri ma voleva sconfiggere il male schierandosi dalla parte della giustizia e della libertà, del Vangelo e di Gesù Cristo» ha dichiarato durante la conversazione con l’artista reggina Angela Pellicanò. Dal 1994, suor Iavazzo è a Bosco di Bovalino, nella Locride, chiamata dall’allora arcivescovo Bregantini ad un’altra, ideale staffetta.

“Quando sarò innalzato attirerò tutti a me”, “Dai loro frutti li riconoscerete” o anche “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”: per chi è cristiano-cattolico, la promessa dell’Oltre si incarna nella storia del Cristo.

Ma l’opera di Parmiggiani, nella sua essenzialità che rinvia al sacro, non offre risposte: pone davanti all’osservatore i misteri dell’origine e della fine ultima, dell’esperienza del male e del dolore che ci supera, sposta il limite e, aprendoci, può farci diventare altro. Uno scarto verso l’altrove, una tensione all’infinito che è condizione di esistenza.

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