La memoria e il desiderio, oltre il “Sangue giusto”

Una sera qualunque, metti un nero sul pianerottolo che dice di essere tuo nipote. Il figlio di tuo fratello nato in Etiopia che tuo padre non ha mai riconosciuto. Con in mano una carta d’identità che dice che sì, in effetti il patronimico è proprio quello lì.  Uguale al tuo cognome. Che faresti? Lo butteresti fuori o lo staresti a sentire?

Sangue giusto è una specie di “hot seating”: se accetti di sederti sulla sedia che scotta, alla fine della lettura non sarai più lo stesso. Ilaria Profeti sceglie di ascoltare, di andare in fondo a questa strana apparizione, a costo di riscrivere, dolorosamente, la propria biografia. Attilio Profeti, suo padre, per una vita ha scelto di non farlo, di respingere al mittente qualsiasi tentativo di intromissione al proprio racconto personale, alla propria idea di mondo. Qualsiasi tentativo di distrazione dalla propria Gara più importante: muoiono «Tutti, ma non io».

L’angoscia celata da un sorriso smagliante: un uomo normale che ha aderito al fascismo, prestato servizio in Etiopia, obbedito agli ordini, brigato all’occorrenza, tenuto in piedi due famiglie (in Italia) contemporaneamente per anni senza che  l’una si accorgesse dell’altra. Un padre a suo modo premuroso, un incorreggibile seduttore ossessionato dalla castrazione, un vecchio che ripete a tratti «Il mio lanciafiamme si è spento» e nessuno sa perché.

Anche Shimeta Ietmgeta AttilaProfeti sta cercando di vincere la Gara, a dispetto del sangue versato per le strade: per questo è uscito dal suo paese.

Ma per sondare l’abisso della vera empatia, Francesca Melandri non sceglie la facile estetica del pietismo, dell’ orrore entusiasta da anime belle: racconta una storia di corpi, di storie taciute e svelate.

Ecco cos’era la dittatura: un non detto così vasto che le poche parole effettivamente pronunciate galleggiano nel vuoto, come astronauti che hanno perso il contatto con il pianeta madre.

Dittatura fascista, dittatura etiope, dittatura personale delle storie che non ci vogliamo raccontare: mentre Ilaria continua a cercare, scopriamo la fame di riconoscimento di suo fratello Emilio, attore di soap; l’individualismo esasperato dell’altro fratello, Federico; il pragmatismo quieto del fratellastro, mezzo sangue anche lui, ma tutto italiano, Attilio; la lotta interiore della madre Marella; la volontà di compiacere della seconda moglie del padre, Anita; il rifiuto di cooperare con gli americani dello zio Otello; il rapporto con la locomotiva del nonno ferroviere Ernani; le declinazioni della fede della nonna Viola; le manifestazioni degli italiani come

commensali al banchetto mistico del potere.

Il narratore contestualizza, contestualizza sempre: decenni di Storia italiana ed africana con dettagli mai banali si incrociano nelle scelte dei personaggi, tra memoria e desiderio. La memoria del corpo che corre di Shimeta, mentre è costretto a stare in cella in tre mattonelle e fare a turno con un compagno per raggiungerne cinque e mezzo e poter provare a dormire; i ricordi nel deserto; i giri e i gironi dell’ accoglienza legiferata bipartisan; la mail come casa.

E il desiderio di Ilaria per Piero, deputato berlusconiano, che scompagina puntuale tutte le categorie con cui è abituata a definirsi; e quello di lui per lei, che evita di infilarsi nei vicoli insidiosi della superiorità morale.  E il loro amore da naufraghi, che sembra non poter avere un futuro. Come non lo ha avuto quello tra Attilio e Abeba, la donna tenera ed acuta con cui lui aveva sentito che il sesso

non era più una cosa che si fa, ma un posto in cui andare?

In questo mondo focalizzato sul proprio ombelico, di cui la letteratura riflette spesso il narcisismo esasperato, Sangue giusto dimostra che si possa ancora scrivere in terza persona onnisciente senza produrre guazzabugli o mallopponi moralisteggianti. Che possa esistere una via di mezzo tra il postmodernismo interpretato come un infinito remix-giocajouer che gira su se stesso e le grandi, insopportabili narrazioni di “senso della storia” e “io ti salverò”. Una via di mezzo in cui il passato non sia passato invano ed il futuro non sia pieno di magnifiche sorti e progressive. Ma resti possibile, tra la memoria e il desiderio.

PS: in Germania il romanzo, pubblicato da una casa editrice indipendente, è giunto alla settima ristampa, ha superato le 60.000 copie ed è rimasto nella classifica dei più letti per dieci settimane. In Italia, no. «Tutti, ma non io».

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