#StopMGF: la scelta di Rahel

Ho incontrato Rahel Mbalai al Festival della Partecipazione 2017. Ricordo perfettamente la forza del suo sguardo e il suo appello: «Ora che vedo uomini e donne della comunità internazionale insieme in una stanza per combattere questo problema, il peso che avevo nel cuore fino ad oggi è scomparso, perché so che ce la possiamo fare. Ascoltateci!».  Grazie ad Action Aid Italia (e a Mushi Adinani per l’aiuto nella traduzione) ho potuto raccogliere la sua storia. La condivido oggi, Giornata Internazionale contro le Mutilazioni Genitali Femminili, per una lettura oltre ogni pregiudizio.

Duemilaquattro, interno casa. «Mamma io smetto, voglio fare qualcosa di meglio»: Rahel Mbalai si è preparata per settimane. Poi, ha riconsegnato “lo strumento”.  Sua madre lo aveva usato su di lei, poi le aveva insegnato ad usarlo sulle altre. Ad Iguata, villaggio della regione di Dodoma, Tanzania, la “Mama” di Rahel era l’unica a sapere e poter usare quella specie di rasoio, per tradizione familiare. ‘Ngariba. In italiano: mutilatrice.

La voce diventa un sussurro, gli occhi si abbassano per un attimo: «Ndjo», sì, anche Rahel da bambina ha subito “l’operazione”. Un taglio netto, senza anestesia, che recide clitoride e piccole e grandi labbra: «Senza cucitura», ovvero senza infibulazione della vulva, precisa. «Poi applicavo una “medicina” per pochi minuti e in tre giorni la ferita si chiudeva».

L’Unesco nel 2016 ha calcolato che le mutilazioni genitali femminili coinvolgono nel mondo 200 milioni di persone: nate come rito di iniziazione per l’ingresso nell’età adulta, erano seguite da una festa collettiva in omaggio agli antenati, responsabili, se offesi, dell’eventuale morte dell’ “operata”. In Tanzania, dove le mutilazioni sono proibite dal 1968, la festa non c’è più ma la pratica prosegue: «“L’operazione” si fa alle donne tra i 7 e i 15 anni, entro i 20, sono i genitori o i parenti spesso a chiederla» spiega Rahel. E si fa ancora a giugno, tempo di fine raccolto ed, oggi, di fine scuola. «La tradizione è molto forte, si mantiene nonostante la scolarizzazione» sottolinea. «I genitori la richiedono come educazione al matrimonio»: si pensa infatti che le donne mutilate, non potendo più provare piacere, abbiano meno possibilità di tradire il futuro marito.

Dal 1995, per nove anni, Rahel ha seguito la madre di casa in casa: «Mi diceva che dovevamo aiutare queste persone che avevano la lawalawa, una malattia ai genitali curabile solo con il taglio» racconta. Un’infezione, probabilmente dovuta a cattiva igiene, che interpretata come un’epidemia da punizione, dà forma all’aut-aut: “Circoncidila o morirà”. Rahel circoncideva: quindi, per la mentalità comune, purificava, salvava comunque da morte certa. «Per me era la normalità: se una donna avesse avuto in seguito complicazioni durante il parto, io non lo avrei collegato alla mutilazione» ricorda. «Solo dopo gli incontri con Afnet ho cominciato a capire».

Nei primi anni Duemila, un conoscente le ha parlato infatti dell’Anti Female Genital Mutilation Network che insegna i rischi per la salute di queste pratiche dal punto di vista scientifico: l’inizio di un percorso che l’ha portata a dare un nome diverso alla propria esperienza, a superare, in parte e con fatica, il tabù che vieta di parlarne in pubblico. «Ma la mia difficoltà più grossa è stata dire a mia madre che stavo smettendo la professione che mi aveva insegnato» ricorda. «Una professione che mi permetteva di mantenermi ed avere un posto prestigioso nella società». In più, la restituzione dello “strumento simbolico” prevede in cambio una sorta di pegno, l’acquisto di una capra o di una pecora che Rahel non poteva permettersi: un circolo vizioso tra soldi e sensi di colpa. Spezzato a mani vuote e nude, con una frase semplice. «Mama io ti sto riconsegnando quello che mi hai dato perché voglio fare qualcosa di meglio». Deflagrante la risposta: «Grazie. Spero che tu non muoia di fame, ma mi auguravo che prima o poi l’avresti fatto».

Una benedizione inaspettata per un cambio di vita radicale: qualche mese più tardi, dopo aver aderito al network, Rahel ha mobilitato Afnet per una ragazza di un villaggio vicino, scappata da casa prima dell’operazione: «L’hanno cullata, le hanno offerto sostegno e protezione» spiega.

Dal momento in cui è stato chiaro che non avrebbe più toccato quel rasoio, nel villaggio hanno cominciato ad ostracizzarla. «Mi dicevano che ero stata una stupida perché avevo lasciato tutto senza nessun beneficio economico» racconta. Oggi vive a Sagara, dove la riconoscono ma «Non parlano più perché ora sanno che la pratica è stata rinnegata». A più di 50 anni, Rahel fa anche 20 chilometri al giorno a piedi per incontrare gli studenti nelle scuole ed incoraggiarli insieme agli insegnanti a rifiutare le mutilazioni genitali:  «Agli insegnanti dico di guardare oltre le tradizioni, ai ragazzi di sostenere le ragazze che dicono no». Vive dei pasti che le scuole le offrono e di agricoltura di sussistenza: «L’accesso ai soldi è difficile» racconta. «I tre miei figli vorrebbero studiare ma aiutano a casa».

Sua figlia ha ricevuto però un’eredità diversa ed il messaggio è arrivato forte e chiaro: l’anello “debole” ha spezzato la catena.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...