Mari, o dello spazio dell’incontro

Il suono della risacca. In un angolo, una lanterna, due sacchi in iuta, le scarpe più in là. Un uomo, seduto, si arrotola i pantaloni alla caviglia, aggiusta la lenza, si prepara ad un’altra notte in riva al mare. Nel buio si staglia una figura. È venuta a cercarlo, scalza. «Mi ‘ndi vaju?».

Di questa tensione vive “Mari”, la pluripremiata pièce del drammaturgo Tino Caspanello della compagnia Teatro Pubblico Incanto, in scena con Cinzia Muscolino lo scorso weekend al Teatro Primo di Villa S.Giovanni. Avanti e indietro, la lenza si arrotola e si srotola anche se il secchio è vuoto. Avanti e indietro si sentono le onde. «Vattìndi, non mi spettàri» ripete lui, che guarda fisso davanti a sé. Lei fa sempre per andarsene, poi sempre qualcosa la trattiene: «Ma ll’ai u ‘ruloggiu? A ‘chiavi? Chi voi mangiari?». E lui risponde, infastidito, a monosillabi, risponde. Cosa li lega? Lei vorrebbe che tornasse a casa, lui resta. Lui vorrebbe che andasse via, lei resta. Restano insieme, al buio, davanti a un mare che non si vede, ma si sente.

Avanti e indietro, seguiamo l’evolversi della punteggiatura relazionale, di corpi che si sfiorano ma non si toccano, di parole che si cercano ma non si trovano, di silenzi che parlano, di gesti che restano a metà e si ripetono.

Davanti a questo mare, non è come a casa, dove lui torna e lei fa finta di dormire, lui dorme e lei sta sveglia: “Mari” è lo spazio che si apre, inatteso, ad ogni risposta. “Mari” sono i due che si scoprono fragili, inermi, davanti a una distesa immensa.

«’A casa non pàrri». «E chi parru sulu comu i pacci?» «Chi c’intra? Eu, parru. Parru sula, mi cuntu ddu’ cosi, cantu». «Canti?» «Tu non senti» «E tu fatti sèntiri» «Mi ‘ffrùntu» «I mia?» «…»  «E chi fai, non canti?» «Non mi fari cantari».

Davanti a questo mare, diventa possibile provare ad ascoltarsi, scoprirsi: «Ieu sulu pi ttìa cantu». «Puru quandu non ti sentu?» «Sì». «E n’atra vota canta ‘cchiu forti, chi ti vogghiu sèntiri». Diventa urgente realizzare di non avere tutte le parole, e capirsi lo stesso («Non aiu paroli, non sacciu diri […] Eu sempri ti chiamu, puru quandu n’o fazzu»).

Delicato, poetico, essenziale, “Mari” gioca con la linea che separa il proscenio dalla vita, la routine dall’autenticità: oltre quel confine, il contatto vero.

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